Processo Regeni, l’avvocata Ballerini: “È stato un percorso a ostacoli. Parole difese? Aggiungono dolore”

Dopo più di dieci anni di attesa per la famiglia di Giulio Regeni, oltre due anni di udienze e decine di testimoni ascoltati, dopo anni di ostruzionismo da parte dell’Egitto e di normalizzazione politica e commerciale nell’asse tra Roma e il Cairo, nel segno della realpolitik, si concluderà il prossimo 28 settembre, giorno nel quale è attesa la sentenza della prima Corte d’Assise di Roma, il processo sul sequestro, le torture e l’omicidio del ricercatore italiano, scomparso in Egitto il 25 gennaio 2016, e ritrovato senza vita, con visibili segni di tortura, il 3 febbraio seguente, lungo la strada tra il Cairo e Alessandria. Imputati sono quattro 007 del regime di Al Sisi. L’accusa ha chiesto una condanna all’ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e una pena di 17 anni e sei mesi per gli altri tre appartenenti alla National Security Agency (Nsa, i servizi di sicurezza egiziani). Ovvero, Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e il colonnello Athar Kamel Mohamed Ibrahim, accusati del reato di sequestro di persona pluriaggravato (al solo Sharif sono contestati anche i reati di concorso in lesioni personali aggravate e di concorso in omicidio aggravato, ndr).
A respingere le ricostruzioni della Procura di Roma, ieri, dall’Aula bunker di Rebibbia erano stati i legali d’ufficio Paola Armellin, Filomena Pollastro e Tranquillino Sarno, che nel corso delle loro arringhe avevano negato i depistaggi egiziani, elogiato e e rivendicato una presunta collaborazione del Cairo, in realtà mai avvenuta, come più volte ricostruito nel corso del processo Regeni. E proposto anche tesi surreali per smentire il coinvolgimento dei loro assistiti: “Non vi era alcun interesse da parte di Al Sisi a rovinare i rapporti con l’Italia”, aveva rivendicato Armellin, legale di Tariq Sabir. Evocando come responsabili del sequestro, al contrario, “gruppi terroristici che operavano in Egitto in quegli anni per ostacolare la politica energetica dell’Italia” e sposando le tesi del regime nordafricano: “Le autorità egiziane hanno sempre negato responsabilità dei loro apparati”, aveva minimizzato. Spingendosi anche a sottolineare come, a suo dire, il ricercatore friulano sarebbe stato “considerato dai venditori ambulanti appartenenti ai Fratelli Musulmani come una spia degli apparati egiziani, una spia della polizia”. Oggi le arringhe delle difese si sono concluse con l’ultimo intervento, quello di Anna Lisa Ticconi, legale dello 007 imputato Sharif, contro il quale l’accusa ha chiesto il carcere a vita. Anche Ticconi ha rivendicato una presunta collaborazione egiziana, seppur “non esaustiva”, per poi definire come “inutilizzabili” i racconti dei testimoni palestinesi ex detenuti o inattendibili” alcuni dei teste chiave dell’accusa, come Delta e Gamma, ascoltati nel corso del processo in modalità protetta.
In particolare, il cittadino egiziano ribattezzato come teste Delta aveva raccontato in Aula – protetto da un paravento – di aver sentito Giulio Regeni “che veniva torturato”, in quello che definì come “il cimitero dei vivi”. Ticconi non ha risparmiato accuse nei confronti del teste, cercando di minarne la credibilità: “Era riuscito ad andare via dal carcere corrompendo, non è il migrante che arriva in Italia con il barcone, attraverso il Sahara. Lui dice di scappare dalle persecuzioni, poi arriva in Italia in aereo, con un documento di un’altra persona. Questa condotta, posta in atto da Delta, integra il reato di immigrazione clandestina in Italia, un reato gravissimo, per come la vedo io il teste Delta doveva stare a Rebibbia“, sono state le parole della legale. In Aula era stato lo stesso Delta a mostrare alla Corte i segni delle torture sul suo corpo, raccontando di essere ancora “terrorizzato” dopo anni di distanza: “Sentivo Giulio quando veniva picchiato: eravamo in stanze vicine. Quando si tratta di torturare le persone questi non fanno differenze, non sono razzisti. Ci hanno legato le mani, picchiato e poi hanno usato l’elettroshock”. Allo stesso modo la legale di Sharif ha cercato di smontare in Aula il racconto del teste Gamma, il libraio kenyota che rivelò in Aula: “Sentii dire dal maggiore Magdi Ibrahim Abdel Sharif: ‘Nel nostro paese abbiamo avuto il caso di un accademico italiano che pensavamo fosse della Cia, ma anche del Mossad. Era un problema perché era popolare fra la gente comune. Finalmente l’abbiamo preso: lo abbiamo fatto a pezzi, lo abbiamo distrutto. Io l’ho colpito”.
“Ritengo che il bagaglio probatorio sia privo della forza necessaria per giustificare le condanne contro gli imputati”, ha invece tagliato corto Ticconi, contestando l’impianto accusatorio. La parola passerà ora alla Corte, che emetterà una sentenza attesa da anni dopo l’estate, il 28 settembre: “È stato un percorso interminabile, a ostacoli, in salita. Ma siamo resistenti e quindi arriviamo a sentenza a breve”, ha sottolineato prima dell’ultima udienza la legale di parte civile, Alessandra Ballerini, con accanto i genitori di Giulio, Claudio Regeni e Paola Deffendi. La legale della famiglia ha espresso amarezza dopo le arringhe difensive ascoltate: “Diciamo che è stata per noi una giornata molto dolorosa. È come dire, ovviamente dolore che si aggiunge a dolore. E poi il fatto che giustamente tra le regole processuali non possiamo replicare è un dolore che si condensa dentro di noi”. Ballerini ha anche richiamato il caso di Nessy Guerra, l’italiana fermata nei giorni scorsi in Egitto, manifestando solidarietà e preoccupazione. “Noi abbiamo imparato a conoscere e riconoscere le manovre di regime. Immaginiamo, anche per le tempistiche, che loro pensino in qualche modo di manovrare l’Italia facendo pressioni su questa donna, minacciando questa donna. Noi abbiamo imparato a conoscere loro. Sicuramente invece il regime egiziano non ha imparato a capire come funziona una democrazia. Da noi c’è la separazione dei poteri. Nessuna loro manovra può in qualche modo intaccare”.
Se nel corso delle arringhe dei legali degli 007 a Rebibbia non erano poi mancate anche accuse alla stampa, colpevole secondo le difese di aver sposato le “suggestioni” dell’accusa, nell’ultima udienza è stata invece Anna Lisa Ticconi a scagliarsi direttamente contro il Fatto Quotidiano, bollato come “certa stampa“, con una irrituale dichiarazione al termine dell’udienza, di fronte alla Corte: “Questa mattina ho visto un articolo del Fatto Quotidiano. Ho letto l’ennesimo articolo che un giornale ha scritto sugli interventi dei miei colleghi. Sono amareggiata. Sono stati trattati male, come ci trattano male dall’inizio di questa vicenda“. E ancora: “Vorrei dire a certa stampa che nella diffusione dell’informazione c’è un solo limite, quello di non voler ascoltare, di non voler conoscere. Perché dovrebbe capire che la verità sta nel dubbio. È nel dubbio che si può capire quello che è accaduto. E non nell’aderire in modo fideistico a un’impostazione”.

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