Può darsi che l’Ai procurerà licenziamenti, ma possiamo ancora governare il cambiamento
di Michele Tamburrelli*
L’intelligenza artificiale procurerà licenziamenti? Ci sostituirà nel lavoro? Minaccerà la nostra professionalità? È probabile che in alcuni settori e per alcune professioni la risposta sia sì. Resta da capire in quale misura. Di certo cambierà il nostro modo di lavorare. In parte lo sta già facendo, più in alcuni settori (come i servizi amministrativi, i call center, il marketing e la comunicazione) che in altri.
Il vero impatto, tuttavia, deve ancora manifestarsi pienamente e sarà probabilmente più evidente quando le aziende inizieranno ad adottare su larga scala l’AI agentica, cioè sistemi capaci di svolgere autonomamente intere attività e coordinarsi tra loro. La questione, quindi, non è tanto se l’intelligenza artificiale entrerà nelle aziende: entrerà. La vera domanda è chi saprà governarne l’impatto sull’organizzazione del lavoro e sulle professionalità.
Ruoli e mansioni stanno già cambiando e continueranno a farlo. Ai lavoratori sarà richiesto di essere sempre più professionalizzati, con una visione d’insieme e non necessariamente soltanto una conoscenza specialistica. Su molte attività cognitive standardizzate l’intelligenza artificiale ha già raggiunto, e in alcuni casi superato, le prestazioni dell’essere umano. Il valore aggiunto delle persone sarà sempre meno nell’esecuzione delle attività e sempre più nella capacità di assumersi responsabilità, coordinare il lavoro di colleghi e agenti intelligenti, validarne gli output e rispondere dei risultati.
Cambieranno anche i modelli organizzativi: aumenteranno i progetti trasversali, i gruppi di lavoro a geometria variabile e le collaborazioni che superano le tradizionali linee gerarchiche.
Chi deve allora occuparsi di inquadrare e governare queste trasformazioni? Chi dovrebbe coglierne gli effetti e tradurli in regole condivise? Chi firma i contratti collettivi e chi, per mestiere, dovrebbe declinare questi cambiamenti nei diversi settori produttivi, azienda per azienda, tutelando gli interessi dei lavoratori senza compromettere la competitività delle imprese!
La contrattazione collettiva potrebbe già oggi disciplinare percorsi di formazione, criteri di trasparenza nell’utilizzo degli algoritmi, modalità di introduzione dell’IA nei processi produttivi e sistemi di monitoraggio dei suoi effetti sull’organizzazione del lavoro.
Valutare l’impatto dell’intelligenza artificiale nelle organizzazioni non è semplice. Si tratta di un fenomeno nuovo e in continua evoluzione, che richiede competenze specifiche per essere compreso e governato. Eppure noto una sorta di attendismo da parte delle parti sociali. Di intelligenza artificiale si discute molto, ma spesso in termini generali. Ci si preoccupa dei possibili licenziamenti, ma si fa ancora troppo poco per accompagnarne concretamente l’introduzione nelle aziende.
Il legislatore, certamente, non ha aiutato con una normativa particolarmente incisiva. Sarebbe utile una cornice di riferimento più chiara, ma non è necessario attendere una nuova legge per iniziare a contrattare questi temi. Gli spazi normativi e contrattuali già esistono: occorre saperli leggere, interpretare e utilizzare.
Basta rileggere con attenzione la Costituzione e il quadro normativo già vigente in materia di informazione, consultazione e partecipazione dei lavoratori, dal D.Lgs. 104/2022 (cosiddetto Decreto Trasparenza), al D.Lgs. 25/2007 sul diritto all’informazione e alla consultazione dei lavoratori, fino alle numerose clausole in materia di relazioni sindacali contenute nei contratti collettivi, per comprendere che gli strumenti giuridici per iniziare a governare questa trasformazione esistono già.
Comprendere il cambiamento richiede formazione. Per questo, soprattutto se giocata d’anticipo, essa rappresenta ancora una volta lo strumento principale. Le parti sociali possono promuovere percorsi di upskilling e reskilling sempre più diffusi nel mondo del lavoro. Ma la formazione deve riguardare anche le stesse organizzazioni sindacali e datoriali, perché cambia il modo di confrontarsi, contrattare e negoziare. Serviranno una maggiore conoscenza dei processi produttivi, dell’organizzazione del lavoro, delle tecnologie utilizzate e delle ricadute che queste avranno su diritti, salute e sicurezza, clima aziendale e professionalità.
The Guardian ha recentemente evidenziato un fenomeno già in atto: il rischio di una divisione tra lavoratori di serie A, che ricevono formazione e utilizzano l’intelligenza artificiale per accrescere il proprio valore professionale, e lavoratori di serie B, sempre più guidati e controllati dagli algoritmi. È il rischio di una nuova disuguaglianza tecnologica: non più tra chi ha un lavoro e chi non ce l’ha, ma tra chi usa l’IA per ampliare le proprie competenze e chi finisce per esserne semplicemente diretto.
Esiste sempre un intervallo di tempo tra l’invenzione di una tecnologia e la sua piena maturazione. È in questo spazio che dobbiamo agire. Aspettare non è la strategia migliore. Molte aziende, soprattutto quelle più grandi, stanno introducendo l’intelligenza artificiale gradualmente, attraverso sperimentazioni e continui aggiustamenti. Possono permetterselo perché dispongono di risorse economiche e professionali dedicate.
Diversa è la situazione delle piccole e medie imprese, che costituiscono circa il 95% del tessuto imprenditoriale italiano. Qui prevale spesso una fase di prudenza operativa: si vorrebbe sperimentare, ma non sempre si sa da dove partire.
I tempi della trasformazione tecnologica difficilmente possono essere forzati, ma sarebbe opportuno lavorare con un po’ di anticipo, facendo leva su quel coraggio imprenditoriale che ha sempre caratterizzato il nostro sistema produttivo. È proprio in questo interstizio che dovrebbero inserirsi sindacati e associazioni datoriali, per accompagnare e orientare i processi di introduzione dell’intelligenza artificiale. Non per frenare l’innovazione, ma per indirizzarla verso il potenziamento della produttività delle persone, anziché verso la loro sostituzione.
La storia insegna che ogni grande innovazione tecnologica ha prodotto profonde trasformazioni nel mercato del lavoro. Nel lungo periodo alcuni mestieri sono scomparsi, mentre altri sono nati. Rendere questa transizione più o meno traumatica dipende anche dalla nostra capacità di governarla. Limitarsi a osservare dalla finestra e attendere conseguenze considerate inevitabili non basta. L’intelligenza artificiale non aspetterà i tempi della contrattazione. Per questo le parti sociali devono smettere di inseguire il cambiamento e iniziare ad anticiparlo.
*Professionista delle risorse umane con esperienza nelle relazioni industriali e nel diritto del lavoro. Si occupa di organizzazione del lavoro, sviluppo delle competenze e impatto dell’innovazione tecnologica sui modelli organizzativi e sulle professionalità.
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