“TikTok mi ha detto che avevo l’ADHD perché dimenticavo le chiavi, avevo difficoltà a concentrarmi al lavoro. Poi ho chiesto agli esperti e mi hanno messo in guardia”: la storia di Matthew Wilcox

Un giornalista britannico, Matthew Wilcox, racconta al Daily Mail la sua storia incredibile che è partita dalle pubblicità su TikTok apparentemente troppo mirate: video che sembravano descrivere esattamente le sue giornate, tra piatti sporchi accumulati, lavori lasciati a metà e mutui sfumati. Gli spot promuovevano musica per la concentrazione e programmi “per menti ad alto QI”, e lui si è ritrovato a chiedersi se dietro anni di frustrazioni personali, tra cui il licenziamento da una rivista specializzata dopo pochi mesi, non si nascondesse un ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività) mai diagnosticato.

Da lì, l’autore ha deciso di indagare seriamente sul fenomeno, scoprendo di non essere affatto un caso isolato. Secondo Healthwatch England, una persona su cinque usa ormai i social per informarsi sulla salute, e sempre più persone si rivolgono a chatbot IA per interpretare i propri sintomi. Basta cercare online termini come “procrastinazione” perché l’ADHD venga suggerito come possibile spiegazione, un po’ come è successo, dieci anni fa, con il disturbo ossessivo-compulsivo, diventato di moda come tratto caratteriale prima ancora che come diagnosi clinica.

Il fenomeno è amplificato da creator specializzati (come la coppia dietro l’account @ADHDLove, seguita da milioni di persone) e trova terreno fertile in un sistema sanitario sotto pressione: il Sistema sanitario britannico stima che 2,5 milioni di persone in Inghilterra potrebbero avere l’ADHD, diagnosticato o meno, mentre le richieste di valutazione hanno superato quota 800.000, con oltre 230.000 persone in lista d’attesa.

Proprio per questo la responsabile del Sistema sanitario britannico , la professoressa Frankie Swords, ha lanciato un allarme netto: la disinformazione sanitaria sui social sta diventando una minaccia concreta per la salute pubblica, perché sempre più pazienti si presentano dai medici già convinti di una diagnosi appresa online, arrivando talvolta a rifiutare cure comprovate in favore di rimedi senza alcuna base scientifica.

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