I viaggi di El Moeti in Messico perché in Italia non può diventare pugile professionista. Il padre: “Spero anche che si laurei, il cervello serve dentro e fuori dal ring”
Non potendo iniziare la carriera in Italia, dove per passare professionista bisogna essere maggiorenni, un pugile talentuoso di Roma, Anthony El Moeti è andato in Messico, una delle patrie pugilistiche, a iniziare lì la sua carriera. A diciassette anni il superpiuma ha già disputato tre match tutti vinti per ko alla prima ripresa, l’esordio è avvenuto l’estate scorsa, quando le primavere erano solo 16, un record. Anthony è entrato nella palestra di papà Alessandro, a Torre Angela, che in pratica era appena nato, è stato per alcune stagioni in Nazionale azzurra fino a che con il papà e l’appoggio della OPI, che li ha indirizzato nella palestra di coach Panda, ha deciso di spostarsi nelle montagne messicane, ad alcune ore d’auto dalla capitale. La famiglia Cherchi, proprietaria della OPI, che lo gestisce a livello manageriale, conosce il ragazzo da tempo perché segue anche Eti Qamili, cresciuto anche lui nella palestra di Torre Angela.
Anthony, prima dei match, si fa alcuni mesi in Messico, dove si allena dalla mattina al tardo pomeriggio, tra corse prima che sorga il sole e il più classico training in palestra. Poi alla sera con il tablet si guarda qualche serie tv e si mette sui libri, il ragazzo è molto bravo anche a scuola, e da quest’anno è iscritto ad un istituto privato per riuscire ad alternare con profitto la carriera di pugile a quella scolastica. “Anthony è un pugile al cento per cento nella testa e nei comportamenti – spiega El Moeti padre a ilfattoquotidiano.it – spero che arriverà alla laurea, il cervello serve dentro e fuori dal ring. La nostra è stata una scelta coraggiosa, anche perché Anthony risultava papabile per concorsi nelle forze armate. Ma il pugilato è un lavoro e il ragazzo deve costruirsi senza perdere tempo. Lui è tranquillo, io lo raggiungo quando posso. Beh la mamma è più preoccupata, in apprensione dal primo giorno, il rapporto con il figlio è viscerale“.
A Jiquipilco si allena con molti atleti messicani o di altri Paesi del centro e sud America, alcuni anche in possesso di titoli mondiali prestigiosi. Sempre con loro divide una sorta di foresteria dedicata a pugili o a gente dello staff. Quando compirà i 18 anni Anthony El Moeti potrà tesserarsi in Italia, sempre che la scelta non faccia scattare qualche divieto federale. Ma ci sono altre federazione in Europa ad aprire al professionismo a pugili in minore età. Infatti il prossimo 23 luglio combatterà a Gostivar, in Macedonia del Nord. “Il nostro obiettivo non è il titolo italiano – continua Alessandro El Moeti – se il guadagno dovesse essere duemila euro o poco più. Il pugilato lo devi fare per lavoro, per puntare a diventare campione del mondo. Si deve arrivare ad una età che ti permetta anche il piano B, cercando eventualmente di imporsi con un altro lavoro. Quando avrà 20 anni capiamo, se è tra i primi 15 al mondo. Dovrà fare il pugile non per vantarsi sui social, che comunque sono oggi uno strumento importante, con parole come onore e guerriero, ma per poter mantenere la famiglia che si costruirà, dando loro futuro”.
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