I Litfiba in tour tornano a Firenze. E riportano sul palco 17 Re
Lo confesso senza problemi: il Piero Pelù di oggi non mi interessa. Negli ultimi anni mi è capitato più volte di scrivere quanto mi sembri lontano da quello che aveva rappresentato per me. Eppure questa sera sarò a Firenze. Perché il punto non è il Pelù di oggi. Il punto è che i Litfiba tornano a suonare 17 Re. E per uno che vide quel tour passare nella provincia reggiana nel 1987, è impossibile far finta che sia un concerto come un altro.
Nei consueti nove punti di questo blog, che proprio quest’anno compie quindici anni, provo a spiegare perché 17 Re continua a essere, per me, il punto più alto raggiunto dai Litfiba. E perché, nonostante tutto, questa sarò a Firenze.
1. È il disco in cui i Litfiba smisero di inseguire qualcuno
Fino ad allora nei Litfiba si potevano riconoscere influenze evidenti: il post punk inglese: l’ombra lunga dei Joy Division, degli Echo & the Bunnymen, dei Killing Joke. Con 17 Re, però, succede qualcosa di diverso. Quelle radici non spariscono, semplicemente smettono di essere riconoscibili come modelli. Vengono assorbite e trasformate in un linguaggio personale, mediterraneo, inquieto e teatrale. Da quel momento Maroccolo e soci, non sembrano più una grande band italiana che guarda all’Inghilterra. Sembrano una grande band e basta. Ed è una differenza enorme.
2. Ridurre quei Litfiba a Piero Pelù è un errore storico
È una tentazione comprensibile, perché Pelù aveva un carisma fuori dal comune e catalizzava inevitabilmente lo sguardo. Ma 17 Re è uno di quei dischi in cui il concetto di band conta più di quello di frontman. Le chitarre di Ghigo Renzulli non accompagnano ma costruiscono paesaggi. Il basso di Gianni Maroccolo tiene insieme tensione e melodia con una personalità rarissima nel rock italiano. Antonio Aiazzi e Ringo de Palma aggiungono colori, profondità e inquietudine senza mai occupare spazio inutilmente. Togli uno solo di questi elementi e 17 Re smette di essere 17 Re. È proprio questo equilibrio irripetibile, più ancora dei singoli talenti, ad aver reso quel disco un classico.
1. Un disco che va ascoltato dall’inizio alla fine
17 Re funziona come un percorso, perché ogni pezzo prepara il successivo e contribuisce a costruire un clima preciso. Oggi siamo abituati alle playlist, ai singoli, agli algoritmi che decidono cosa ascolteremo dopo. Questo album appartiene a un’altra idea di musica. Ti chiede un’ora del tuo tempo e, in cambio, ti porta dentro un luogo. È anche per questo che continua a resistere così bene al passare degli anni.
4. In Italia non c’era nessuno che suonasse così
È facile dimenticarlo oggi, perché nel frattempo i Litfiba sono diventati un classico. Ma nel 1986 non erano un gruppo “normale”. In Italia il rock aveva quasi sempre bisogno di guardare altrove per legittimarsi. Loro, invece, avevano costruito un’identità riconoscibile fin dalle prime note. C’erano il post punk, la psichedelia, certe tensioni della new wave inglese, ma tutto veniva filtrato attraverso una sensibilità che non apparteneva a nessun altro. Non erano la copia italiana di qualcuno. Erano i Litfiba.
5. Il loro capolavoro
Lo so che molti non saranno d’accordo. C’è chi continuerà a preferire l’urgenza di Desaparecido e chi la potenza di Litfiba 3. Li capisco. Ma se devo scegliere un solo disco, scelgo 17 Re. Perché è quello in cui ogni elemento trova il suo posto. La scrittura, gli arrangiamenti, il suono, la tensione, la misura. Non c’è niente da aggiungere e niente da togliere. È il disco che riascolto più spesso e quello che, ogni volta, mi dà meno l’impressione di appartenere a un’epoca precisa. Per me, è lì che i Litfiba raggiungono il loro punto più alto.
6. Gli anni Ottanta, quelli giusti
Ogni tanto sento dire che gli anni Ottanta sono invecchiati male. Dipende da quali anni Ottanta si ascoltano. 17 Re è figlio del suo tempo e non cerca mai di nasconderlo. Ci sono i riverberi, le tastiere, certe scelte timbriche che oggi riconosci immediatamente. Ma qui non sono un trucco estetico: fanno parte del linguaggio. È uno di quei dischi che mi ricordano perché continuo a difendere quel decennio da chi lo liquida con due luoghi comuni e una compilation di tormentoni. Gli anni Ottanta sono stati anche questo. E, per me, soprattutto questo.
7. Il basso di Gianni Maroccolo
Per capire quanto sia importante Maroccolo basta provare, per gioco, ad ascoltare 17 Re seguendo soltanto il basso. Molte band usano quello strumento per sostenere la ritmica. Lui lo usa per scrivere melodie, creare tensione e dare profondità ai brani. È uno dei motivi per cui quel disco continua a suonare così ricco.
8. Un disco che non concede tutto al primo ascolto
Non è uno di quegli album che si consumano in una settimana. Non cerca l’effetto immediato e non vive di ritornelli che si stampano in testa dopo un passaggio in radio. È un disco che cresce con il tempo. Ogni ascolto porta alla luce un dettaglio diverso: una linea di basso, un intreccio di tastiere, una chitarra rimasta in secondo piano, una sfumatura della voce di Pelù. È anche questo il segno dei grandi dischi: non smettono di restituire qualcosa a chi continua ad ascoltarli.
9. Firenze
Domani sarò lì per ascoltare di nuovo 17 Re suonato dal vivo, quarant’anni dopo averlo incontrato per la prima volta. È una differenza sostanziale. I Litfiba del 1986 appartengono alla memoria. 17 Re, invece, appartiene ancora al presente. Ed è questa, forse, la ragione migliore per mettersi in macchina e raggiungerli a casa loro. Ci si vede sotto il palco.
Come sempre, chiudo con una connessione musicale: una playlist dedicata, disponibile gratuitamente sul mio canale Spotify (link qui sotto). Se vuoi dire la tua, fallo nei commenti — o, meglio ancora, sulla mia pagina Facebook pubblica. È lì che il blog vive davvero. Lì il dibattito sfreccia, cambia binario, spesso deraglia. E sì: se ne leggono di tutti i colori.
Buona lettura, buon ascolto
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