“Al Serale di Amici sono durato quanto gatto in tangenziale. Avevo difficoltà a scuola e ho scoperto di essere dislessico, discalculico e disortografico”: parla Vybes
La convivenza con l’ansia, la partecipazione ad Amici 24 (“al serale son durato come un gatto steso sulla tangenziale”), e la consapevolezza e responsabilità di voler “essere un artista ‘impegnato’”. È uscito oggi, venerdì 19 giugno, il primo album di Vybes. Tra i principali riferimenti musicali dell’artista classe 2003 ci sono “Caparezza, Fabri Fibra, Rancore e Mezzosangue” (e si sente). “Socialmente utile”, questo il titolo del disco che presenta nove tracce e zero featuring, è un progetto solido e coerente, all’interno del quale emerge tutta la volontà di Vybes di dire la propria sulle tematiche che più gli stanno a cuore.
Si inizia con “Come ti gira”, un brano fortemente sociale in cui l’ex concorrente di Amici mette, provocatoriamente, in contrasto l’io-centrismo caratteristico dei nostri giorni, con una realtà molto più sfaccettata e complessa (“E siamo a luglio e non ho la hit estiva. Quante bombe cadono in Palestina”). L’artista ha parlato anche, “nella libertà più pura possibile, senza pregiudizio e in ogni sua sfaccettatura” di sesso. “Indubbiamente è un argomento che ha fatto la storia, però zero educazione a scuola”, canta Vybes. Le tracce scorrono e si arriva a due degli episodi più interessanti dell’album, “La danza del soldo” (“Quanti ne mangiano i parlamentari, stanno nei loro piatti principali e con gli stessi si puliscono le mani”) e “Terra Ferma”. Il secondo è un brano che parla di migrazione. S’ispira a “Pane e Coraggio” di Ivano Fossati e contiene, anche, una citazione al libro “Le stelle di Lampedusa” di Pietro Bartolo.
In occasione dell’uscita di “Socialmente utile”, Vybes ha raccontato, a FqMagazine, la genesi del disco, il suo rapporto con la terapia e i motivi che, ad oggi, lo scoraggerebbero a sposarsi e ad avere figli.
Hai partecipato ad Amici 24. Che ricordo hai dell’esperienza?
Tutto sommato ho un ricordo bello. Se guardo al me del 2024 mi viene un cenno di tenerezza perché non avevo mai fatto esperienze, così grandi, nel mondo della musica. Venivo dalla mia camera, non ero mai stato sotto un’etichetta discografica e non sapevo come girasse l’ambiente: è stato tutto nuovo. Il ricordo che ho è positivo soprattutto per le persone che hanno lavorato all’interno del programma. Soprattutto i vocal coach, perché sono quelli che riescono a darti di più durante il percorso. In generale mi sono sentito arricchito perché mi sono accorto che, uscendo da Amici, la mia scrittura ha fatto uno step superiore.
In “Come ti gira” dici che al serale sei “durato come un gatto steso sulla tangenziale”. Come l’hai vissuta?
Anche se ho 23 anni so bene chi voglio diventare, artisticamente. Ma per arrivarci ci vogliono tempo, passione e tanta gavetta. Achille Lauro ripete sempre che “una carriera non si costruisce in due anni, ma in venti”. L’aver portato ad Amici un brano come “Chiedere aiuto”, che è un pezzo molto pesante per quel tipo di esposizione, non rappresenta soltanto il raccontarsi. È proprio una presa di posizione sul chi voglio diventare. Tratto temi importanti, voglio essere un artista “impegnato” e cerco di trasmettere un messaggio alle persone che mi seguono.
A quali artisti “impegnati” ti ispiri?
Caparezza, Fabri Fibra, Rancore e Mezzosangue mi hanno forgiato nell’adolescenza. Soprattutto Caparezza, che tra l’altro è il primo concerto che ho visto nella mia vita. Era il 2012, “Il sogno eretico”.
Cosa ti affascina dei loro testi?
Mi piace molto quella voglia di raccontare, di affrontare delle tematiche sociali, di mettersi in gioco e di dire la propria all’interno dei pezzi. Non mi reputo tanto un rapper: sono cresciuto col rap, faccio le rime ma, secondo me, non ho proprio quel tipo di attitudine.
Convivi con dislessia, discalculia e disortografia: quando ti sono state diagnosticate?
Mi sono accorto di avere tutte queste “problematiche” verso il secondo anno di liceo. Sono sempre stato una persona molto ansiosa e quindi, durante la scuola, dovevo risolvere prima i problemi con me stesso e poi quelli accademici. Poi mi hanno consigliato di fare dei test perché avevo molte difficoltà nell’ambiente scolastico e, in quel momento, ho scoperto di essere dislessico, discalculico e disortografico.
Che impatto hanno sulla tua musica?
Non così tanto grande. Quando scrivo è un flusso di coscienza. E il bello è che ci sono meno regole nella musica rispetto a quelle scolastiche. Fortunatamente non ci sono calcoli matematici e, sotto quel punto di vista, mi salvo (ride, ndr). Può capitare di sbagliare un verbo e, facendo sentire sempre i pezzi ai miei genitori e, ovviamente, alla persona che mi registra, ogni tanto mi viene detto “Dovresti cambiare questa parola”.
La copertina del disco riprende “La libertà di parola”, il dipinto di Norman Rockwell che rappresenta la celebrazione della libertà di espressione: perché?
Volevo una cosa molto particolare come prima copertina di un mio disco e che desse peso sia alle parole, che al progetto visivo. La copertina l’ho pensata tutta io. Mi piace molto divertirmi su queste cose perché mi allena il cervello. E se alleni il cervello tutti i giorni alleni anche l’ispirazione, è come una palestra. Ho scelto questo quadro perché sentivo che prendesse appieno sia il mio pensiero come persona, sia ciò che voglio esprimere con la musica. Ovvero la libertà di parola, il non avere limiti nello scrivere, l’affrontare ogni tematica possibile senza avere paura del pregiudizio delle altre persone. E soprattutto cercavo una cosa molto vintage e che si sposasse bene anche con le strumentali del disco.
Qual è il tuo significato di “Socialmente Utile”?
Ogni pezzo, nel proprio piccolo, cerca di parlare di una tematica sociale. “Il sesso” affronta la sessualità in tutti i suoi modi, nella libertà più pura possibile, senza pregiudizio e in ogni sua sfaccettatura. “La danza del soldo” parla del denaro contante, “Terra ferma” dei migranti. Con “Tutto l’impossibile” affronto il tema del matrimonio. E così per tutte le altre tracce. “Socialmente Utile” è lo sperare di esserlo per le persone che ascolteranno questo progetto.
“E siamo a luglio e non ho la hit estiva. Quante bombe cadono in Palestina”: perché questo disclaimer?
Quando ho scritto il brano ero appena uscito da Amici e, durante il programma, stavo dentro ad una “bolla”. La maggior parte delle informazioni che venivano da fuori non riuscivo a vederle concretamente perché avevamo anche poco tempo a disposizione con i telefoni e tutto quanto. Sono uscito da Amici verso marzo. Solitamente le hit estive si preparano anche prima per essere pronti per l’estate e, nonostante non avessi un’etichetta discografica, sentivo il bisogno di uscire comunque con un brano estivo. Avevo il peso di farlo, però non volevo fare “un brano estivo”.
In che senso?
Non sono amante dei brani estivi, però volevo farlo nella maniera più intelligente possibile raccontando, semplicemente, cosa avevo visto durante l’uscita dal programma: infatti mi prendo in giro all’interno del pezzo. Sulla Palestina volevo accendere un riflettore. Il fulcro del ritornello è che il mercato discografico mi chiede di fare una hit estiva quando il mondo fuori crolla. Sta andando tutto male e c’è quest’ipocrisia del fatto che è estate e bisogna per forza ballare e sorridere quando, in realtà, è un periodo storico molto delicato.
Perché ci preoccupiamo più del nostro “orticello” che di un mondo sempre più in crisi?
È un po’ come quando viene fatto l’esempio “io sto sempre male però c’è chi sta peggio fuori” ma, puntualmente, ci diciamo sempre quanto noi, inteso come singolo individuo, stiamo male. Pensiamo molto a noi stessi, guardiamo poco fuori ma, secondo me, da parte della mia generazione, questa cosa è migliorata.
Come?
Rispetto a prima vedo una forte apertura verso il prossimo: ci battiamo molto per i nostri diritti e vedo una gran parte dei ragazzi che ragionano con una mentalità molto aperta verso l’altro, con poche distinzioni.
In “Facevo per tre” canti: “Mamma mi ha sempre detto che facevo per tre”: ovvero?
Sono sempre stato un ragazzino molto difficile da gestire. Verso la fine delle elementari fino al quinto liceo, sono stato molto impegnativo perché ho avuto forti problemi con la depressione. Mi sono sempre sentito un peso sotto quel punto di vista: ho intrapreso un percorso terapeutico e mi son fatto diversi day hospital. Questo per quanto riguarda la mia adolescenza.
L’infanzia, invece?
Ero un bambino agitato, non dormivo mai, ero veramente difficile da gestire. Per questo, ogni tanto, mia madre diceva “meno male che ne ho fatto soltanto uno, perché se me ne fossero usciti altri due come te era finita dentro casa” (ride, ndr). Il “fare per tre”, però, è un termine che mi sono sentito io, personalmente. Non me l’ha detto mia madre, anche se, quando sono arrivati i miei problemi con la salute mentale, ho sempre creduto che il mio umore incidesse un po’ sull’aria che si respirava dentro casa.
Come hai imparato a gestire e a convivere con ansia e depressione?
Ci tengo veramente un sacco alla salute mentale. La scorsa settimana ho fatto una diretta con uno psichiatra su TikTok. Prima avevo aperto su Instagram un box domande dove invitavo le persone a chiedere delle cose per avere, così, una risposta da parte di uno specialista. Purtroppo la salute mentale è diventata un lusso che non tutti si possono permettere. Io sono in terapia ormai da 12 anni, ho iniziato in prima media, verso il periodo di marzo. Infatti ogni tanto faccio questa battuta che a marzo faccio il compleanno con la mia ansia. A me ha aiutato molto andare in terapia, dallo psicologo. Seguo una cura che è cambiata più volte però, secondo me, è difficile sconfiggere al 100% l’ansia. È brutto da dire ma bisogna imparare a conviverci, perché l’ansia fa parte comunque della tua persona.
Come procede il rapporto con l’ansia?
Sono molto migliorato. Ho meno attacchi di ansia e non mi faccio prendere dal panico per delle cose che prima mi facevano esplodere. La musica mi ha dato una grande mano in questo perché mi ha fatto togliere tanti sassolini dalle scarpe, attraverso la scrittura.
Nel brano “Il sesso” dici: “Indubbiamente è un argomento che ha fatto la storia, però zero educazione a scuola”. Se ne dovrebbe parlare di più negli istituti?
Sì, assolutamente. A scuola avrò visto soltanto due classici video che mostrano a tutti. È un argomento di cui non se ne parla proprio, non viene affrontato. La sessualità è una cosa molto importante, soprattutto durante il periodo scolastico. Sono anni in cui i ragazzi si formano e bisognerebbe avere le giuste informazioni da dare a loro, anche spiegandogli come rapportarsi nell’intimità. Parlarne di più non sarebbe male. Anche perché, a quell’età, oltre alla scuola, c’è l’ambiente dentro casa. Ma in alcuni casi è un tabù parlarne a tavola, a cena.
Per te è stato un tabù?
Fortunatamente ne ho sempre parlato in maniera molto aperta. L’informazione che non mi veniva data all’esterno, la prendevo in casa. Fare qualche lezione sul tema, però, eviterebbe pure tante caz***e che succedono fuori.
Ne “La danza del soldo” canti: “Quanti ne mangiano i parlamentari, stanno nei loro piatti principali e con gli stessi si puliscono le mani. Qua non ci sarà un domani”: in cosa non vedi futuro?
Si sa che un sacco di soldi che diamo vengono mangiati dalla politica. Purtroppo è una questione che rimarrà per sempre, e noi non è che possiamo farci chissà cosa.
“Terra Ferma” è un brano che parla di migrazione. S’ispira a “Pane e Coraggio” di Ivano Fossati e contiene, inoltre, una citazione al libro “Le stelle di Lampedusa” di Pietro Bartolo. Cosa ti ha colpito di ciò che hai letto ed ascoltato?
“Terra Ferma” è nato ad Amici, doveva essere una cover di “Pane e Coraggio”. Una mia coach, che mi ha arricchito tantissimo dal punto di vista personale, durante le assegnazioni delle cover, sapendo che a me piace molto fare dei riferimenti, mi ha fatto scoprire anche il libro di Bartolo. In quel momento è nata la traccia. E, una volta uscito dal programma, avevo soltanto la prima strofa del brano, ma volevo dargli una forma completa. L’ho trovata una canzone perfetta per il tipo di disco che stavo facendo. La tematica dei migranti l’ho seguita tanto, soprattutto al liceo. Difficilmente ho trovato altri pezzi che parlavano di questo tema, a parte “Sulla stessa barca”, di Maruego, che è una traccia che mi ascoltavo alle medie.
Parte della comunicazione politica usa slogan come “remigrazione”. Che effetto ti fa?
Le battaglie sul tema dei migranti ci saranno sempre ed ognuno ha il suo pensiero. Io esprimo il mio, senza imporre nulla, perché trovo sia sbagliato. Nel mio piccolo voglio parlare di quello che vedo e dare risposte attraverso la scrittura e la musica. Ci sono sempre i temi del “dovrebbero tutti tornare a casa loro” e del “chi commette il reato è sempre quello che viene da fuori”. E secondo me è un pensiero sbagliato. Quando lavoravo, prima di Amici, sono venuto a conoscenza di storie di tanti ragazzi che sono venuti da fuori. Gente che ha lasciato la famiglia per portare qualche soldo dall’Italia al loro Paese d’origine. C’è anche chi si è fatto “la tratta”. Sono tutte persone, poi, che mi sono rimaste molto a cuore. È gente per bene e mi dispiace che ogni volta, per qualsiasi argomento, se ne faccia di tutta l’erba un fascio.
In “Vorrei solo innamorarmi” dici di non volere figli: perché?
In adolescenza mi sono chiesto come potrei essere da padre. E la verità è che non mi sono mai immaginato con un figlio. In questi 12 anni di terapia ho sempre sentito dire che si può ereditare una predisposizione biologica per lo sviluppo della depressione. La prima domanda che mi fanno durante una seduta di accertamenti è: “In casa qualcuno ha mai sofferto di depressione?”. Quindi ho paura che mi possa nascere un figlio con le stesse problematiche che ho io. È un po’ una paranoia, ma non vorrei fargli passare ciò che ho vissuto io. Ho combattuto molto con la depressione: non avere la voglia di svegliarti al mattino è una sensazione che non augurerei neanche al mio peggior nemico.
“Non credo nel matrimonio”, come mai?
Sul matrimonio è una cosa strana perché ho due genitori che si amano alla follia. Sono sposati da tantissimo tempo, sono stati la loro prima volta. Ma è un qualcosa che riesco a vedere soltanto attraverso loro. I matrimoni durano sempre di meno, le relazioni sono molto superficiali.
Cos’è cambiato nel modo di relazionarsi e di amare l’altra persona?
La storia dei miei genitori sembra un po’ una fiaba: loro che si conoscono a scuola, si fidanzano e fanno tutto insieme. Questa cosa mi piacerebbe averla vissuta, ma non ne ho avuto mai l’occasione. Oggi è tutto così veloce, superficiale, non si dà neanche più peso a determinati gesti. Ed è anche questo che mi toglie un po’ la magia. Non so quanti della mia generazione festeggeranno le nozze d’oro o di argento…
“Voglio una donna che mi stravolga la vita. Forse la cerco per colmare solo mie insicurezze e per colmare quel dolore che con il tempo mi cresce piano”: ovvero?
Non sono mai stato molto apprezzato a livello estetico. Durante il periodo scolastico non mi venivano tutte dietro, non ero uno “sciupafemmine”, anzi. Prima ero molto magro, avevo i capelli rasati, facevo musica ed ero il bersaglio perfetto per la presa in giro. Ancora oggi mi porto dietro tutte quelle insicurezze. Non sono mai stato fidanzato. Ho sempre avuto delle relazioni, delle frequentazioni, di tre o quattro mesi, ma non ho mai avuto la fortuna di trovare la persona giusta per fidanzarmici. Quando mi ritrovo in periodi di frequentazione dico “cavolo, quanto mi piacerebbe sentire questa sensazione per più tempo”. Il sentirsi apprezzati, avere una persona con cui parlare che non siano soltanto i soliti amici, avere un confronto diverso, sentirsi libero nell’intimità. Il sentirsi amati: lo svegliarsi la mattina e sapere che c’è quella persona che ti cerca. Molte volte apro il mio telefono e non c’è la notifica di nessuno. Uno può pensare “Ha fatto Amici, chissà che vita fa!”. Ecco, mi manca un po’ quella componente là.
Cosa non ti ha permesso di passare dalla frequentazione alla relazione?
Purtroppo do tutto subito. Mi apro in fretta con le persone che frequento, forse anche troppo velocemente tanto da non dare loro neanche il tempo di recepire lo step by step. Se mi trovo bene con una persona cerco di fare di tutto. Quello che ho notato, poi ovviamente posso parlare da ragazzo, è che quando la cosa inizia a farsi un pochino più seria, ovvero quando ci si vuole dare l’appellativo “cosa siamo?”, noto sempre che c’è qualcosa che si ferma. Non mi sono mai dato una spiegazione del perché, dalla frequentazione alla relazione, c’è questo limbo. Spero un giorno di incontrare una persona che mi apprezzi e che abbia voglia veramente di capire chi sono.
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