Siamo tutti connessi, ma non tutti preparati: due risposte concrete per non farsi manipolare
di Rocco Tralli
C’è una fragilità democratica che non nasce nelle urne, ma molto prima: nello schermo di uno smartphone. È lì che milioni di cittadini si informano, discutono e costruiscono la propria idea del mondo. Ed è lì che la propaganda contemporanea ha trovato il suo ambiente ideale: rapido, emotivo, polarizzato, apparentemente libero ma spesso guidato da logiche opache.
Il problema non è la mancanza di informazioni. Al contrario: ne riceviamo troppe. Il punto è che molti cittadini non hanno strumenti sufficienti per distinguere un fatto da un’opinione, una critica legittima da una manipolazione, una notizia da un contenuto costruito solo per generare rabbia. I dati aiutano a capire la portata del fenomeno.
Secondo il Censis, nel 2025 il 90,4% degli italiani utilizza Internet, il 90,3% usa lo smartphone e l’86,2% è presente sui social network. La sfera pubblica non vive più solo nei giornali, nelle piazze o nei talk show: oggi passa attraverso notifiche, reel, commenti, meme e contenuti brevi. Ma essere connessi non significa essere consapevoli.
Nel Digital Decade Country Report 2025 della Commissione europea, l’Italia resta indietro sulle competenze digitali: solo il 45,8% della popolazione possiede competenze digitali di base, contro una media europea del 55,56%. L’obiettivo europeo per il 2030 è l’80%. È qui che nasce il paradosso: abbiamo digitalizzato servizi, lavoro, comunicazione pubblica e informazione più velocemente di quanto abbiamo formato le persone. Abbiamo messo tutti online, ma non tutti nelle condizioni di capire davvero cosa accade online.
È come immettere milioni di persone nel traffico digitale senza patente. In questo spazio, l’informazione non arriva mai in modo neutro. Viene selezionata, proposta e ripetuta secondo logiche che premiano attenzione, reazione immediata e polarizzazione. Così il cittadino non cerca più soltanto notizie: cerca conferme. Ogni fatto rischia di essere piegato dentro una cornice già pronta: il nemico, il complotto, l’élite, il popolo, la censura, il tradimento. Parole semplici, emotive, riconoscibili. Proprio per questo, estremamente efficaci.
Una parte della comunicazione politica contemporanea sfrutta questa vulnerabilità: semplifica la complessità, trasforma l’incertezza in paura, costruisce appartenenze emotive e individua nemici riconoscibili. Nel digitale il consenso non si costruisce più soltanto con programmi e proposte, ma anche attraverso emozioni, identità e narrazioni polarizzanti.
Con l’intelligenza artificiale il quadro diventa ancora più delicato. Immagini generate, video alterati, voci sintetiche, profili automatizzati e contenuti prodotti in massa rendono la manipolazione più credibile e più veloce. La qualità tecnica del falso aumenta, mentre il tempo di verifica diminuisce. Per questo l’alfabetizzazione digitale non è solo una questione tecnica: significa riconoscere le fonti, capire gli interessi delle piattaforme, distinguere informazione e propaganda e sapere che un algoritmo non mostra “la realtà”, ma una selezione costruita anche sui nostri comportamenti.
Da qui dovrebbero partire almeno due risposte concrete. La prima riguarda la scuola: l’educazione digitale e mediatica dovrebbe diventare una vera competenza civica. Nel Novecento era necessario imparare a leggere un giornale; oggi è necessario imparare a leggere un feed digitale. La seconda riguarda le piattaforme: servono più trasparenza sugli algoritmi, maggiore riconoscibilità dei contenuti generati dall’intelligenza artificiale e strumenti più efficaci contro campagne coordinate e manipolazioni.
La risposta, però, non può essere la censura. La libertà di espressione resta un pilastro democratico. Ma difenderla significa anche evitare che venga trasformata in rumore, rabbia e manipolazione permanente. La democrazia non si indebolisce soltanto quando qualcuno impedisce ai cittadini di votare. Si indebolisce anche quando il consenso si forma dentro una percezione distorta della realtà.
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