Abbiamo sbagliato: escludere il fascismo dagli spazi pubblici non è censura ma autodifesa

Chi non fa, non falla, dice il proverbio. Anche nei giornali sono frequenti gli errori, ma basta correggersi e amici come prima.

CORREZIONE. Da circa una settimana stiamo pubblicando articoli sulla libertà di espressione che purtroppo sono viziati da un errore ricorrente: definiamo censura ogni esclusione di artisti e intellettuali dalle manifestazioni pubbliche, argomentando con semplificazioni che fanno torto all’intelligenza del lettore. Abbiamo scritto, per esempio, che “per la libertà di applauso è più pratico il fascismo”. La frase è suggestiva, ma sbagliata: stabilire criteri di partecipazione non è un passo verso il fascismo. Abbiamo usato di nuovo una falsa alternativa (o la libertà vale per tutti, anche per i fascisti, oppure si torna al fascismo della “libertà di applauso”).

Ma questa contrapposizione trascura una terza possibilità: una democrazia che garantisce ampie libertà civili e allo stesso tempo si difende da movimenti che mirano a eliminarla. Una società democratica non si definisce soltanto perché tutti possono parlare ovunque. Si definisce anche perché esistono spazi diversi, con regole diverse, in cui associazioni, giornali, università e cittadini possono decidere in modo autonomo le proprie finalità. Paradossalmente, obbligare ogni spazio culturale a ospitare qualsiasi posizione limiterebbe la stessa libertà associativa!

Qui si nasconde un altro errore dei nostri articoli: l’idea che il fascismo sia una posizione politica fra le altre, da tollerare in nome del pluralismo. Ma la democrazia è costruita sul principio del pluralismo tra idee che accettano il pluralismo. Il fascismo è già stato giudicato dalla Storia: conquistato il potere soppresse i partiti di opposizione, distrusse la libertà di stampa, eliminò le libertà sindacali e perseguitò gli oppositori. Trattando il fascismo come un’opinione qualsiasi, abbiamo dimenticato che la sua finalità storica fu la distruzione dello spazio in cui le opinioni possono confrontarsi.

E’ il paradosso della tolleranza spiegato da Karl Popper: la tolleranza assoluta può distruggere la tolleranza. Una comunità democratica ha il diritto di difendersi da un’ideologia che ne nega il principio di esistenza? La risposta democratica è sì. Abbiamo dunque sbagliato a usare la Costituzione come argomento per sostenere che tutti devono poter parlare. La Costituzione italiana nasce dalla sconfitta del fascismo e dalla scelta di costruire una Repubblica fondata su principi incompatibili col fascismo. L’antifascismo è il presupposto storico e ideale della Repubblica nata dalla Resistenza. Per questo esistono limiti alla ricostituzione del partito fascista e alla propaganda che mira a ricostituirne l’organizzazione.

Un’associazione ambientalista può escludere i negazionisti della crisi climatica; un’associazione per i diritti umani può rifiutare chi sostiene la discriminazione razziale o i crimini israeliani.

Allo stesso modo, un’istituzione nata all’interno di un ordinamento democratico può ritenere incompatibile il fascismo con la propria attività. Avremmo dovuto precisare che la libertà di parola non implica il diritto alla legittimazione pubblica. Dire che un fascista non deve essere arrestato per una semplice opinione personale non significa che ogni spazio culturale debba offrirgli prestigio, visibilità e riconoscimento. La domanda quindi è: “Un’istituzione democratica ha il dovere di conferire una piattaforma simbolica ai fascisti e ai propagandisti di Stati che commettono crimini di guerra?”. La risposta democratica è no. L’antifascismo non è il contrario della democrazia: è uno dei suoi strumenti di autodifesa.

A ben vedere, il nostro è stato un errore di simmetria: abbiamo messo sullo stesso piano la democrazia che limita il fascismo per proteggere il pluralismo e il fascismo che elimina il pluralismo per imporre la dittatura. Le due azioni possono apparire simili (“escludere qualcuno dal dibattito”), ma sono opposte per finalità storica e politica: una cerca di conservare lo spazio del dissenso, l’altra di distruggerlo. Scrivendo che “per la libertà di applauso è più pratico il fascismo” abbiamo trasformato la tesi nobile (“la democrazia deve difendersi dai suoi nemici”) nella sua caricatura (“deve parlare solo chi è d’accordo con noi”): questa è una fallacia classica, detta “uomo di paglia”. Abbiamo insomma confuso il pluralismo con l’indifferenza verso chi vuole abolire il pluralismo.

Ci scusiamo per ogni confusione causata dai nostri imperdonabili errori. (2. Fine)

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