Abolire l’abuso d’ufficio ha mandato un messaggio devastante per la fiducia dei cittadini
Le democrazie non si logorano soltanto per effetto della grande corruzione o delle clamorose inchieste giudiziarie. Si consumano lentamente, quasi impercettibilmente, quando i cittadini iniziano a convincersi che il potere risponda a logiche diverse da quelle della legge, del merito e dell’imparzialità.
L’abolizione del reato di abuso d’ufficio va letta anche in questa prospettiva: non come una semplice modifica del codice penale, ma come un arretramento culturale nella tutela della legalità.
Per difendere quella scelta si è ripetuto fino alla noia che questo reato è inutile, in quanto produce poche condanne e solo archiviazioni, alimentando invece la cosiddetta “paura della firma”. Argomento suggestivo, ma profondamente insufficiente ed iniquo.
L’abuso d’ufficio costituiva un limite all’esercizio arbitrario del potere pubblico; spesso era la spia di reati più gravi, come la corruzione e la concussione, in relazione ai quali i magistrati che vogliono indagare oggi hanno le armi sempre più spuntate. Ricordava a chi esercita una funzione pubblica che non può utilizzare il proprio ruolo per favorire alcuni o danneggiare altri, in violazione dei principi di imparzialità e buon andamento sanciti dalla Costituzione.
La sua eliminazione, pertanto, ha trasmesso un messaggio devastante per una società civile, vale a dire che lo Stato è disposto ad arretrare nel momento in cui i cittadini chiedono istituzioni più trasparenti e più credibili.
Il problema non riguarda soltanto il diritto penale, ma anche la fiducia pubblica. Negli ultimi anni questa fiducia è stata messa a dura prova da vicende che hanno profondamente segnato il rapporto tra cittadini e istituzioni.
Lo scandalo Palamara, per rimanere in un ambito riguardante chi la legge dovrebbe applicarla per professione, è emblematico. Le conversazioni emerse nell’inchiesta hanno alimentato un durissimo dibattito sul peso delle correnti nella magistratura e sui meccanismi attraverso i quali venivano discusse alcune nomine agli incarichi direttivi. Pur senza mettere in discussione l’indipendenza della grande maggioranza dei magistrati, quella vicenda ha lasciato nell’opinione pubblica l’impressione che dinamiche di appartenenza e accordi correntizi potessero incidere su decisioni che avrebbero dovuto essere guidate esclusivamente da criteri di merito e di trasparenza.
Questo rischio in realtà riguarda tutti i concorsi pubblici, compresi quelli riguardanti la magistratura e il notariato, da sempre considerati tra i più rigorosi nella selezione dei partecipanti.
Attorno alle ultime procedure sono circolate recentemente alcune contestazioni sulla regolarità e sono stati sollevati dubbi di trasparenza. È pur vero che polemiche e sospetti non equivalgono a responsabilità accertate e che ogni eventuale irregolarità deve essere verificata nelle sedi competenti; ma sarebbe un errore liquidare tutto come semplice sfiducia irrazionale.
La percezione conta. In una democrazia, la fiducia dei cittadini rappresenta un bene costituzionale tanto quanto il rispetto formale delle regole. Se un giovane arriva a pensare che il merito possa essere condizionato da relazioni personali, appartenenze o reti di influenza, il danno è già enorme, indipendentemente dall’esito delle singole vicende.
In questo contesto l’abolizione dell’abuso d’ufficio appare ancor di più una scelta incomprensibile, un rimedio molto peggiore del male che i sostenitori hanno dichiarato di voler contrastare. Invece di rafforzare gli strumenti di garanzia, il legislatore con questa decisione ha eliminato uno dei presìdi posti a tutela dell’imparzialità dell’azione amministrativa.
E mentre in passato è stata scelta la strada di riscrivere il reato, di renderlo più preciso, di circoscriverne i presupposti applicativi, per evitare interpretazioni eccessivamente estensive, l’attuale maggioranza di governo ha seguito la via più radicale: la cancellazione integrale, vale a dire una risposta estrema, che ha generato nei cittadini l’idea che l’abuso del potere pubblico sia un problema secondario.
Di contro, il Parlamento europeo anche di recente ha invitato ad una scelta diversa, chiedendo agli Stati membri di garantire strumenti efficaci per prevenire e reprimere gli abusi nell’esercizio delle funzioni pubbliche e per tutelare l’integrità dell’amministrazione. Ciò non significa che debba esistere necessariamente una fattispecie identica a quella abrogata, ma che il sistema deve assicurare una tutela effettiva contro gli abusi del potere.
L’Italia ha il dovere di raccogliere questa sfida, non può respingerla ingiustificatamente, come ha ritenuto di fare il ministro Nordio. Reintrodurre un reato di abuso d’ufficio, costruito con maggiore precisione e pienamente conforme ai principi costituzionali e agli obblighi europei, significa ristabilire un equilibrio tra esigenze di efficienza amministrativa e tutela della legalità. Non sarebbe un ritorno al passato, ma un investimento nella credibilità delle istituzioni. Perché uno Stato autorevole non è quello che riduce i controlli su chi esercita il potere, bensì quello che pretende standard più elevati da chi decide concorsi, assegna incarichi, firma provvedimenti e amministra risorse pubbliche.
Insomma, occorre mettersi in testa che la legalità non è un ostacolo ad un’azione amministrativa efficiente, ma è la condizione che rende il potere legittimo e conforme all’interesse generale. Quando questa consapevolezza si affievolisce, quando si dà l’impressione che i controlli siano un fastidio anziché una garanzia, il rischio più grave non è l’aumento dei processi, ma la progressiva normalizzazione della sfiducia.
E a questo punto l’interrogativo sorge spontaneo: chi ha interesse a favorire la deriva della legalità, accelerando una crisi che a questo punto sembra quasi irreversibile?
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