Ai premi letterari i libri sembrano solo un dettaglio
di Roberto Del Balzo
Ogni volta che si torna a parlare dei premi della letteratura italiana mi colpisce sempre la stessa cosa.
I libri sembrano quasi un dettaglio. A occupare la scena sono le cinquine, i favoriti, gli editori, le giurie, le esclusioni, le cordate vere o presunte. Si discute animatamente di chi vincerà e di chi avrebbe meritato di esserci. Poi arriva la finale, il vincitore sorride davanti ai fotografi, la fascetta gialla finisce sulla copertina e il meccanismo riprende a girare come il giorno prima.
Forse quella fascetta sposta qualche centinaio di copie, chi lo sa. La parte davvero interessante, però, è il circo dentro il quale quei libri vengono esposti.
Il racconto comincia molto prima del premio. Comincia nelle agenzie letterarie che selezionano ciò che appare pubblicabile. Negli editor che imparano a riconoscere ciò che può entrare in un catalogo senza creare troppo attrito. Nei festival dove ricompaiono sempre gli stessi nomi. Nelle recensioni scritte con la prudenza di chi preferisce non chiudersi nessuna porta. Nei salotti televisivi che trasformano anche lo scrittore in una figura rassicurante, pronta a raccontare la propria fragilità nei tempi previsti dalla scaletta, subito dopo la pubblicità.
E quando la discussione sembra perdere forza, arriva puntuale il grande morto. Pasolini, Calvino, Eco, Sciascia, oggi magari la Murgia. Li si tira fuori dal cassetto, li si cita, li si arruola, li si costringe a prendere posizione in polemiche che non hanno mai conosciuto. Cambiano i nomi, il rito resta identico. Il grande morto continua a lavorare per i vivi, mentre i vivi fanno sempre più fatica a produrre parole che possano camminare senza stampelle. E ai fanatici ossessi sui social comincia a fumare il cervello per le troppe polemiche.
Per qualche giorno questo mondo si lascia osservare con meno pudore del solito. La letteratura rimane lì, quasi spettatrice di se stessa, e mi è tornato in mente un piccolo pamphlet uscito da poco, L’Incompatibile, firmato L’inquilino del terzo piano. A un certo punto compare una frase che, più della polemica annuale sul premio, descrive un’intera atmosfera: “…uno scrittore che non sogna il salotto, la fiera e una platea di anziani ad ascoltarlo alla presentazione del libro e qui già la fantasia comincia a vacillare, stiamo parlando di un essere mitologico, perché lo scrittore ha una fame di accoglienza più commovente della fame di pane”.
È una caricatura, naturalmente. Però ogni caricatura vive perché somiglia un po’ alla realtà.
Alla fine il tendone si svuota, rimangono qualche fotografia, qualche copia firmata, qualche fascetta in più. E, puntuale come le stagioni, l’anno prossimo ricominceremo a discutere del premio, dimenticando ancora una volta il sistema che lo rende possibile.
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