Attenzione a definire ‘censura’ ogni esclusione di artisti e intellettuali dalle manifestazioni pubbliche
Correzione. Da circa una settimana stiamo pubblicando articoli sulla libertà di espressione che purtroppo sono viziati da un errore ricorrente: definiamo censura ogni esclusione di artisti e intellettuali dalle manifestazioni pubbliche, argomentando con semplificazioni che fanno torto all’intelligenza del lettore.
Abbiamo scritto, per esempio, che “il patentino antifascista è ridicolo perché gli editori non sono partiti politici e gli autori non devono giurare sulla Costituzione”: ma la dichiarazione di adesione ai principi democratici richiesta da una manifestazione culturale non è equivalente al giuramento imposto ai funzionari dello Stato. Chiedere l’adesione ai valori antifascisti non equivale a imporre un giuramento ideologico: una manifestazione culturale sceglie sempre chi invitare sulla base di propri criteri. Un festival può decidere di privilegiare determinati valori culturali o politici: questo non elimina il diritto degli esclusi di pubblicare libri, organizzare eventi o esprimersi altrove!
Poi abbiamo scritto che “la Costituzione riconosce il diritto di parola anche ai fascisti”. Ma il diritto di esprimersi non coincide col diritto a un pulpito. La libertà di espressione tutela il cittadino contro la repressione di Stato, ma un editore può rifiutare un testo, un giornale può non pubblicare un articolo, un festival può selezionare gli ospiti. Questa è ordinaria autonomia culturale. Altrimenti ogni scelta editoriale diventerebbe una forma di censura!
Chi chiede di non invitare uno scrittore o un artista esercita, a sua volta, la libertà di parola e di associazione: una campagna di protesta non è una censura. Per accreditare la tesi della censura dilagante abbiamo elencato i casi Gergiev, Nori, Orsini, Rovelli, Zaki, Di Cesare, Barbero, Albanese, De Luca, West, Nevo; ma un elenco non è una dimostrazione; e le questioni vanno valutate caso per caso: c’è una differenza tra chiedere l’arresto di un autore, impedirgli con la forza di parlare o esercitare una pressione pubblica perché un’istituzione riveda una scelta.
Non sono equivalenti la sospensione di un corso su Dostoevskij, l’esclusione di artisti che fanno propaganda per la Russia o per Israele, una relatrice Onu criticata dal governo, uno scrittore contestato per il suo silenzio su Gaza, un cantante che ha pubblicamente espresso slogan nazisti e antisemiti, e le polemiche mediatiche sui “putiniani”. I nostri articoli eliminavano queste distinzioni mettendo insieme casi diversi. Una cosa è discriminare qualcuno solo perché è russo o israeliano; un’altra è valutare il ruolo pubblico di un artista o di un intellettuale che sostiene un governo o ne rappresenta gli interessi culturali.
Definirla sempre “censura” cancella differenze importanti e sostituisce l’analisi dei fatti con un vocabolario già orientato, come abbiamo fatto scrivendo di “liste di proscrizione”, “messa al bando”, “patenti”, “furia bipartisan”, “mordacchia”, “commissari del popolo” e “pubblico pentimento e sottomissione al supremo magistero dei buoni e dei giusti”. Avremmo dovuto dimostrare che tutti quei casi hanno la stessa causa, gli stessi meccanismi, gli stessi principi di esclusione: non l’abbiamo fatto perché i casi erano diversissimi.
Quindi abbiamo affermato che “i liberali sono tolleranti a giorni alterni”. Questa è una classica fallacia induttiva: il tu quoque; ma l’ipocrisia dell’avversario non prova la propria tesi. Anche ammesso che alcuni abbiano applicato due pesi e due misure nel caso della Russia o di Israele, questo non dimostra che qualsiasi richiesta di esclusione sia sbagliata. Una contraddizione altrui può essere moralmente rilevante, ma non stabilisce la verità del proprio argomento.
Poi abbiamo scritto che “le colpe del governo israeliano non ricadono sugli israeliani; quelle russe non ricadono sui russi”. Giusto, il principio della responsabilità individuale è fondamentale: non si può considerare una persona colpevole per la sua nazionalità. Ma esiste una differenza tra un cittadino qualunque, il rappresentante ufficiale di uno Stato e un artista noto che sostiene una politica governativa. La responsabilità politica di chiunque dipende dalle sue azioni e dal suo ruolo pubblico.
Poi abbiamo scritto: “O la libertà vale per tutti o si abolisce l’articolo 21”. Ma questa è una classica “falsa alternativa”: le possibilità non sono solo quelle due (libertà assoluta e accesso garantito a tutti; oppure censura e fine della democrazia). Una democrazia funziona se c’è un equilibrio tra libertà di espressione, autonomia delle istituzioni culturali, responsabilità e limiti previsti dalla legge. Non ogni esclusione è censura, così come non ogni protesta è un attacco alla democrazia. (1. Continua)
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