Caccia, la riforma “spara-tutto” arriva in Senato: bocciata dall’Ue e ora pure dal Consiglio d’Europa, perché la legge è “pericolosa per la fauna e per noi”
A un anno dalla scadenza della legislatura, la riforma che punta a stravolgere la legge 157/92 (Norme per la protezione della fauna selvatica e per il prelievo venatorio) arriva in Senato. Dove due anni fa non è riuscita la Lega con una sua proposta (firmata da Francesco Bruzzone), dove Francesco Lollobrigida ha subìto una – parziale – sconfitta (il ministro di FdI avrebbe preferito un iter più snello, ma lo scorso anno ha incassato lo stop del governo), ecco che il centrodestra unito è vicino al proprio obiettivo. Vale a dire: approvare il disegno di legge 1552 (ddl Malan) e sventolare la bandierina in favore di una fetta consistente di elettorato: cacciatori, mondo agricolo (che da tempo ha messo le mani sull’attività venatoria) e armieri. Tre lobby unite da interessi comuni e il cui pressing nei palazzi del potere è asfissiante.
Ambiente e scienza fatti a pezzi
Va detto che, accanto alla riforma, FdI-Lega-FI parte dei propri scopi li hanno già ottenuti. In un modo più scaltro – qualcuno userebbe un aggettivo diverso – attraverso strade meno dirette ma altrettanto efficaci. Il primo colpo fu quello dell’emendamento Foti: una norma buttata lì nei giorni concitati dell’approvazione della legge di Bilancio del 2022 (il governo Meloni era da poco in carica) che, approvata, consente di sparare nelle aree protette e nei parchi urbani. Da lì il centrodestra ha fatto di questa strategia meno visibile, specialmente per l’impatto sull’opinione pubblica e sui media, il proprio modus operandi. Come? Per sparare sui valichi montani dopo il divieto del Consiglio di Stato – una rivoluzione, specialmente nelle Regioni del Nord – ecco che arriva la norma, inserita nella legge sulla Montagna, che aggira lo stop. Per trasformare le aziende faunistico-venatorie in aziende con scopo di lucro, ecco un’altra modifica alla manovra. Questa volta, a fine 2025. E ad esultare è Coldiretti: i proprietari, una volta riconosciuti come agricoltori, accederanno agli ingenti fondi della Pac. Per non parlare dell’assalto all’Ispra, i cui tentativi di depotenziarla sono costanti. Non ultimo, la nomina a presidente – per la prima volta nella storia dell’istituto, in teoria un organismo specificamente scientifico e indipendente – di una figura non tecnica, e cioè la ex senatrice di Forza Italia, Alessandra Gallione
Ma torniamo alla riforma della caccia. Il percorso nelle commissioni Ambiente e Agricoltura di Palazzo Madama è stato, salvo significative eccezioni, lineare. Esaminati gli oltre 2mila emendamenti, il centrodestra ha approvato (quasi) tutto ciò che desiderava approvare. Vale però la pena citare i cortocircuiti nel cammino del disegno di legge. Per esempio quando ha tentato di rendere realtà un incubo: aprire la caccia agli stambecchi, una specie che si è salvata dall’estinzione provocata proprio dai cacciatori nella seconda metà dell’Ottocento, protetta fin da allora ma ancora molto fragile. Un incubo che per fortuna è durato pochi giorni: dopo le proteste del mondo scientifico e accademico, la marcia indietro della maggioranza, con lo stesso Lollobrigida che ha voluto far sapere che è intervenuto di persona per ripristinare il divieto assoluto di caccia.
C’è stato poi il caso curioso del subemendamento di Bartolomeo Amidei di FdI (quello che voleva dare il fucile in mano ai 16enni, per capirci), che però in questa occasione ha proposto una modifica assennata e del tutto condivisibile: raddoppiare la distanza entro cui è vietato sparare da fattorie didattiche, agriturismi e aziende agricole. Da 150 a 300 metri. Che cosa è successo? Il mondo venatorio è insorto e il provvedimento è stato ritirato. Chiudiamo questa breve carrellata con un argomento molto caro alle doppiette: l’uso delle munizioni al piombo nelle zone umide. Qui la maggioranza si è dovuta conformare alle richieste dell’Unione europea, che intanto aveva avviato una procedura d’infrazione. Proprio per evitare le sanzioni, il centrodestra ha ripristinato il divieto di queste specifiche munizioni nei pressi di laghi, torbiere, pantani. Lo ha fatto approvando un emendamento che, a dirla tutta, crea confusione per chi pratica la caccia nelle zone umide temporanee.
Ue e Consiglio d’Europa contro il governo
Nel percorso della riforma, però, si è verificato un intoppo politico ben peggiore e, per il governo, imbarazzante. Poco più di un mese fa, grazie alle associazioni Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu e Wwf Italia, è saltato fuori che la Commissione europea, attraverso la Direzione generale Ambiente, ha scritto al Mase per sottolineare come il ddl Malan rischi di entrare in conflitto con le normative Ue. In particolare con la Direttiva Habitat e la Direttiva Uccelli. Anche qui, la conseguenza è che l’Italia finisca sotto procedura d’infrazione. “Le modifiche proposte sollevano diverse preoccupazioni” hanno scritto da Bruxelles. A peggiorare il quadro, già di per sé piuttosto grave, è stato il comportamento del governo, che ha tenuto la lettera ben nascosta. La missiva, infatti, risale a dicembre. Ed è diventata pubblica solo grazie alle associazioni animaliste e ambientaliste.
Ma non è tutto. Perché ilFattoQuotidiano.it può anticipare che il ministero dell’Ambiente ha ricevuto un’altra lettera di protesta. Questa volta dal Consiglio d’Europa, l’organizzazione che si occupa di tutelare lo Stato di diritto, i diritti umani e la democrazia dei 46 Paesi membri. In particolare, dal Comitato permanente della Convenzione di Berna. La senatrice di Verdi Alto Adige/Südtirol, Aurora Floridia, presidente del Network per un ambiente sano al Consiglio d’Europa, rivela che “il presidente del Comitato permanente della Convenzione di Berna, dopo la mia segnalazione sulle gravi criticità del DDL 1552 sulla caccia, ha inviato una formale richiesta di chiarimenti al Mase. È un fatto di enorme rilevanza, perché in questo momento viene richiesto al governo italiano di dimostrare, sul piano giuridico e scientifico, che questo disegno di legge è compatibile con gli obblighi assunti dall’Italia con la Convenzione di Berna“.
Dopo l’intervento della Commissione europea, dunque, “arriva adesso un nuovo e autorevole richiamo internazionale. Lo stiamo dicendo da mesi: questo disegno di legge rappresenta un gravissimo arretramento nella tutela della fauna selvatica. Se anche di fronte a questa ulteriore richiesta, il governo dovesse decidere di proseguire senza modifiche sostanziali, non esiterò ad attivare le ulteriori procedure previste dalla Convenzione di Berna, perché la fauna selvatica non può pagare il prezzo di una scelta politica scellerata e sorda a tutti i richiami, anche quelli espressi con forza dalle associazioni nazionali”. E ancora: “In un Paese in cui sempre più specie animali sono in difficoltà e sotto pressione a causa degli effetti del cambiamento climatico, è difficile comprendere come l’urgenza dell’attuale governo sia quella di estendere l’attività venatoria. E lo affermo con assoluta convinzione: la caccia non è tra le priorità degli italiani. Non è accettabile che questo disegno di legge venga portato avanti con tanta insistenza, bloccando di fatto due Commissioni. Il governo e la maggioranza – conclude Floridia – si fermino prima di portare in Aula un testo così contestato e sul quale gravano seri dubbi di compatibilità anche con il diritto internazionale ed europeo. La tutela della fauna selvatica non è un capriccio ideologico. È una questione di vita, anche della nostra”.
“Il provvedimento non rappresenta un episodio isolato, ma si inserisce in una strategia normativa avviata a partire dal 2023. In tre anni sono stati adottati otto diversi interventi legislativi che hanno modificato la legge sulla caccia in 23 punti, intervenendo più volte sugli stessi articoli senza risolvere le criticità dichiarate e, anzi, contribuendo ad aggravarle”. A parlare è Domenico Aiello, Responsabile tutela giuridica della Natura WWF Italia e uno dei massimi esperti di tutela della fauna selvatica in Italia. “A meno di un anno dalla fine della legislatura il bilancio è fallimentare: due procedure di infrazione europee aperte, una procedura Pilot ancora in corso, problematiche legate alla fauna selvatica che non sono state risolte ma amplificate, insieme a un aumento evidente di insicurezza, atti di intolleranza e illegalità. Difendere la fauna selvatica significa difendere un bene comune e garantire la sicurezza dei cittadini – conclude Aiello – questo disegno di legge va nella direzione opposta e deve essere fermato”.
I contenuti della riforma: fucili in spiaggia, strage di uccelli, più specie cacciabili
La fauna selvatica non viene più vista come un patrimonio della collettività da proteggere (secondo la legge è patrimonio indisponibile dello Stato). Al termine “protezione” presente nel titolo, viene anteposto quello di “gestione” e la caccia viene definita per legge come l’attività che “concorre alla tutela della biodiversità e dell’ecosistema”. Questo stravolgimento della realtà ha la funzione di tentare di rendere ogni misura a favore della caccia come coerente con i principi costituzionali, specialmente l’articolo 9 che tutela la biodiversità, gli ecosistemi e gli animali.
Tra le specie cacciabili entrano l’oca selvatica e il piccione e si rende più agevole includere ulteriori specie con un provvedimento del presidente del Consiglio senza bisogno del parere dell’Ispra, mentre viene recepito il declassamento del lupo da strettamente protetto a protetto. Apertura per i fucili nel demanio marittimo, e dunque potenzialmente litorali, scogliere, spiagge, ma anche nel demanio forestale. Si estendono le aree cacciabili, addirittura obbligando le Regioni a verificare che quelle destinate alla protezione della fauna selvatica non eccedano il limite del 30%. Viene estesa la stagione venatoria oltre il mese di febbraio, cioè nel periodo di migrazione prenuziale e nidificazione (violando la Direttiva Uccelli). Viene eliminato l’obbligo di scelta di una delle tre opzioni di caccia e il cosiddetto legame cacciatore-territorio, attraverso l’ampliamento degli ATC e la previsione di maggiore mobilità venatoria (dunque viene meno il principio secondo cui il cacciatore “conosce” il proprio territorio e lo tutela).
E ancora: depotenziamento dell’Ispra, il massimo organo scientifico pubblico in materia ambientale a favore di un organo politico filo-caccia, il Comitato Tecnico Faunistico-Venatorio Nazionale. Liberalizzazione dei richiami vivi, con la possibilità di catturare gli uccelli che, una volta imprigionati in minuscole gabbie, servono da “esca” per uccidere altri volatili; in più, nessun limite alla detenzione di uccelli provenienti da allevamento (cosa già adesso difficile da dimostrare). Il favore ai cacciatori stranieri, anche extra Ue, che potranno fare turismo venatorio in Italia senza grossi vincoli e senza limite numerico. Sanzioni per chi protesta contro le uccisioni (900 euro) e, naturalmente, poco o nulla per contrastare il bracconaggio e la caccia di frodo. Sanzioni addirittura ridotte per chi caccia illegalmente in parchi nazionali o città.
Particolarmente grave è l’ultimo emendamento, presentato dai relatori in queste ore, che interviene sul sistema sanzionatorio. Dopo aver annunciato un rafforzamento delle sanzioni – già ritenuto dalle associazioni insufficiente e non conforme agli obblighi derivanti dalla direttiva europea sulla tutela penale dell’ambiente – il governo ha fatto marcia indietro sotto la pressione del mondo venatorio. Il nuovo emendamento riduce le sanzioni per chi uccide specie protette e trasforma in facoltativa la sospensione della licenza di caccia, che prima era obbligatoria. In questo modo viene meno la certezza della pena e la legalità diventa, di fatto, una scelta discrezionale.
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