Come il commissario Macchi ha risolto il caso dei quattro dipinti rubati
Se siete come me, e ve lo auguro, anche a voi piace leggere in vacanza, nel frastuono di una spiaggia romagnola o nel silenzio edenico delle Dolomiti. Io leggo gialli. In questo momento siete in vacanza? Allora buon divertimento con il commissario Macchi.
18) Il caso dei dipinti rubati. Dopo un decennio, le controversie legali sull’eredità della marchesa Cavalcanti erano finalmente terminate: vedova e senza figli, il suo ingente patrimonio stava per essere distribuito fra 23 litigiosi cugini di secondo grado quando quattro dipinti antichi di valore inestimabile furono rubati dalla sua collezione. Ma, appena due settimane dopo, una telefonata anonima conduceva l’amministratore del trust Cavalcanti, Scevola Minghetti, una persona silenziosa coi pomelli rossi come una bambola e un pomo d’Adamo appuntito, in una fattoria abbandonata nelle campagne di Monza, una cittadina sempre affollata di turisti cinesi manco fosse Ortisei: ci trovò, imballati e incassati con cura, i quattro dipinti.
Minghetti telefonò al suo vecchio amico, il commissario Macchi, perché lo aiutasse a capire cosa cosa diavolo stesse succedendo. “Questa è opera di professionisti” disse l’agente scelto Mongiusti con una frase rubata a CSI, la sua serie preferita, appena arrivò sul posto col commissario e col collega Cascella. “E meno male!” esclamò Minghetti. “Sono nudi dipinti da Botticelli, Tiziano e Ghirlandaio. E quel giardino dell’Eden con Adamo ed Eva è attribuito al Verrocchio. Non riesco a credere che li abbiamo ritrovati. Sarebbe stata una perdita irreparabile”. Il suo sollievo si mutò in stupore quando Macchi li esaminò con una lente d’ingrandimento: “Qualcuno, con molta perizia, ha dipinto un teschio nell’ombelico di ogni nudo”.
Minghetti sbiancò e dovette sedersi. Mongiusti gli allungò una fiaschetta contenente un cordiale di sua fabbricazione, una bevanda nauseabonda che non poteva essere sorseggiata senza un brivido violento, affidabile anche come insetticida. Macchi intanto aveva passato la lente a Cascella, che era un pittore della domenica e di certe cose se ne intendeva. “I teschi sono stati disegnati con inchiostro di china. Un Rapidograph, direi”, sentenziò Cascella. “Un restauratore non avrà difficoltà a rimuoverli”.
Sulle gote di Minghetti tornò il colore, ma il poveretto continuava a non capacitarsi: “Vandalismo? Uno scherzo goliardico come quello delle finte teste di Modigliani? I ragazzi imparano presto il piacere speciale che deriva dal perculare le persone: esseri del tutto privi di potere, già alle medie inferiori ne ricavano un’illusione di dominio”. “No, credo di sapere il vero movente”, disse il commissario Macchi. “Anch’io, commissario!” esultò Cascella. “Allora spiegalo a Mongiusti, che mi sembra in difficoltà”, rise Macchi.
Mongiusti abbassò gli occhi, mortificato. “Non è il caso di abbattersi, Mongiusti. Pensa a tutte le cose belle della vita”. “Ad esempio?” “Bè, non devi far altro che guardare dalla finestra”. C’erano distese e distese di capannoni anonimi della periferia industriale di Monza. “Come non detto. Chiama i Carabinieri della Tutela Patrimonio Culturale: sono certo che confermeranno la mia conclusione”. Cosa spiegò Cascella a Mongiusti? A quale conclusione era giunto il commissario Macchi? La soluzione è qua sotto.
Soluzione. Il caso dei dipinti rubati. “Il furto dei quattro dipinti serviva a depistare gli investigatori dal furto vero, quello dell’opera attribuita al Verrocchio”, spiegò Macchi in centrale. “I pittori del Rinascimento dipingevano Adamo ed Eva senza ombelichi. Chi ha realizzato il falso ha dovuto dipingerli con gli ombelichi per far funzionare il depistaggio”. “E quindi chi ha commissionato il furto e il depistaggio?” domandò Mongiusti con le mani sui fianchi e la testa da una parte. “Molto probabilmente uno dei 23 litigiosi cugini di secondo grado”, rispose Macchi rompendo il cellophane di un altro pacchetto di Marlboro. “Ma ci penseranno i carabinieri”. La sera stessa Macchi tornava a esibirsi allo Zelig: “Sono un collezionista. Un collezionista particolare. Colleziono malati. Li tengo negli ospedali di tutto il mondo. Sono le mie gallerie d’arte. Vi piacerebbe visitarle? L’ingresso è gratis! Ma se vi chiedono spiegazioni, non fate il mio nome: chi vi conosce?”
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