Cuba, la “perestrojka” forzata di Díaz-Canel. L’ultimo tentativo di sopravvivere all’offensiva di Trump
Aperture economiche a Cuba. Porte spalancate ai “nuovi attori”, stranieri e privati, pronti all’assalto di alberghi e altri immobili. Meno barriere burocratiche e riduzione del numero dei ministeri, da ventisette a venti. L’apparato statale si prepara a una “ristrutturazione profonda”, annuncia il leader Miguel Díaz-Canel ai media statali – tra cui la testata del Partito comunista Granma – promettendo istituzioni “più dinamiche, con maggiore capacità di adattamento alle esigenze proprie dei tempi attuali”.
L’Avana abbandona i controlli ferrei sul mercato delle valute – un tempo fiore all’occhiello della propria sovranità monetaria – per agevolare investimenti e produttività. Si parla anche di “conti in valuta estera” nelle banche per l’Impresa statale socialista. Al via anche la concessione di terre, come anticipato da ilfattoquotidiano.it, per “coloro che davvero possano farla produrre”, affinché “diminuisca l’indice di terreni oziosi” nell’Isola. È quindi Perestrojka, “ristrutturazione” vera e propria, forzata dallo strangolamento Usa. “Ogni opportunità, in mezzo alla crisi, dev’essere colta al balzo, come un momento di partenza e di crescita”, ha sostenuto Díaz-Canel citando il leader della Rivoluzione cubana, Fidel Castro. “Non possiamo prescindere dalla creatività che, insieme all’unità del nostro popolo e alla volontà, ci potrà far superare le sfide attuali”. L’orgoglio però resta. “Gli Stati Uniti non si perdonano che, a questo punto, con tutta la massima pressione esercitata, la rivoluzione esista ancora e il Paese funzioni lo stesso. Neppure loro credono al racconto dello Stato fallito, che tirano sempre fuori”, ha rivendicato Díaz-Canel.
Fonti de L’Avana riferiscono che la riforma rientra nei negoziati portati avanti dall’Isola con gli Stati Uniti e, al di là delle pressioni illegali della Casa Bianca, prevedono una serie di aperture economiche a Cuba, già richieste dai circuiti finanziari Usa. Tuttavia a Miami c’è scetticismo. “Credo siano cambiamenti minori. Ma il tempo lo dirà”, afferma Daniel Pedreira, professore di Scienze politiche all’Università internazionale della Florida. “È un annuncio inedito, certo, ma ogni volta che il governo cubano fa un’apertura – anche piccola, modesta, concedendo spazi ai cubani – segue un ripensamento, che fa tornare tutto indietro, generando perdite”. Altre fonti sostengono che, attraverso l’annuncio delle riforme, L’Avana potrebbe guadagnare tempo prezioso nella partita con gli Stati Uniti. Ma più che calcolo politica la scelta è dovuta alle urgenze economiche dell’Isola. In particolare dopo il fuggi fuggi delle catene alberghiere estere, soprattutto spagnole, allo scadere dell’ultimatum Usa del 5 giugno, e le sanzioni su Gaesa, Grupo de administración especial sociedad anónima, che gestisce almeno il 40% dei beni dell’Isola.
“Le conseguenze sono a portata di mano. Stiamo rimanendo sempre più soli. Ora tocca scommettere sull’aiuto di chi se n’è andato (gli esuli, ndr), visto perché il vuoto lasciato dalla crisi sembra incolmabile”, dice a ilfattoquotidiano.it Juana Santos, maestra, 46 anni, residente a Manabí. L’offensiva Usa però non si ferma. Ore prima dell’annuncio di Díaz-Canel Washington ha sanzionato la statale petrolifera Unión Cuba-Petróleo (Cupet), facendo saltare un accordo di 250mila barili di diesel che avrebbero dato ossigeno a chi vive nell’Isola. La stretta è stata voluta dal segretario di Stato Usa Marco Rubio che accusa L’Avana di usare “l’energia come arma” volta a “reprimere e nutrire la cleptocrazia del regime”. Nello stesso giro le autorità di Miami-Dade hanno revocato la licenza a VanguardEnergy, tra le tante aziende che operano nell’export di carburante nell’Isola, attraverso il porto di Matanzas e altre località. Certo, di recente L’Avana ha ricevuto cento tonnellate di aiuti umanitari dalla Colombia. Ma non basta. Sono troppe le vite in sospeso. Carilda Peña, viceministra cubana per la Sanità pubblica, parla di 100mila pazienti i cui interventi chirurgici sono bloccati da sanzioni illegali Usa. Tra questi si contano 5.152 pazienti oncologici. Altri 3mila sono in fila per l’emodialisi. “Non siamo a zero perché stiamo facendo sforzi ingenti”, dice la viceministra. “Ci colpiscono i blackout, la mancanza d’acqua e altri elementi importanti per garantire il funzionamento delle unità di emodialisi”, conclude. Aperture forzate di un Paese che sopravvive in assenza del diritto internazionale.
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