Dai politici agli amministratori locali fino ai manager: nelle motivazioni della sentenza Hydra la “rete relazionale” del nuovo sistema mafioso lombardo
È a pagina 1660 delle motivazioni della sentenza con cui lo scorso gennaio il giudice Emanuele Mancini ha condannato a oltre 500 anni di carcere i vertici del Consorzio di mafie al Nord, che si trova il racconto del “capitale relazionale” del nuovo sistema mafioso lombardo che dimostra “una elevata capacità di penetrazione dell’associazione mafiosa all’interno di ambiti imprenditoriali nonché istituzionali e para-istituzionali”. Relazioni pericolose, dunque, o meglio, scrive il giudice, “di connivenza e collaborazione con settori imprenditoriali, soggetti appartenenti alla pubblica amministrazione, nonché con operatori di settori strategici, tra cui forze di polizia, funzionari dell’amministrazione finanziaria e personale sanitario operante presso strutture pubbliche e private”. Si tratta dunque di una “contiguità compiacente” che al di là di “condotte illecite penalmente” non provate, assume “rilevanza da un lato, all’interno del sodalizio per consolidarne la forza sociale e, dall’altro, verso l’esterno nei confronti dei consociati che possono, a loro volta, saggiarne la capacità di permeare il tessuto economico e sociale del territorio locale e nazionale”.
Di più: secondo la sentenza “in questo quadro si collocano anche i rapporti intrattenuti con esponenti del mondo politico, a livello nazionale e locale, che hanno ulteriormente rafforzato la proiezione esterna del sodalizio e ne hanno agevolato le strategie di espansione territoriale e imprenditoriale”.
Si tratta di “contatti diretti o mediati con parlamentari, amministratori locali e candidati a cariche elettive, in relazione ai quali l’organizzazione ha manifestato la capacità di offrire sostegno, intermediazione e utilità di varia natura, ottenendo in cambio disponibilità o accesso privilegiato a contesti decisionali rilevanti”. Il tutto “promettendo vantaggi economici o elettorali agli stessi rappresentanti della politica, pur di poterne trarre in cambio ulteriori vantaggi economici e sociali”.
Filippo Crea, uno dei vertici del Consorzio e referente della ‘ndrangheta di Melito Porto Salvo, spiega: “Ci sono tutti i miei parenti, adesso maschi e femmine, siamo…abbiamo un bel pacchetto voti, perché posso portare i Senatori in Europa (…). Io dentro a Milano ce n’ho uno nostro di Forza Italia e là conta”. A pagina 1685 poi il giudice definisce “altamente significative le conversazioni da cui emergono i rapporti di Gioacchino Amico (referente del clan Senese oggi collaboratore, ndr) e Raimondo Orlando con Carmela Bucalo e Paola Frassinetti entrambe deputate del gruppo parlamentare di Fratelli d’Italia, nonché con le relative collaboratrici Alice Murgia e Alessandra Gazzelloni (tutte e quattro non indagate, ndr)”. Dirà Amico, intercettato con Giancarlo Vestiti, anche lui in quota Senese: “La settimana prossima scendiamo a Roma da una mia amica, una che segue 4,5 deputati (…). Dobbiamo andare a Roma prendiamo contratti di sanificazione”. Non solo, il nome di Amico viene speso dalla stessa Bucalo che lo gira a un avvocato che ha da risolvere una questione personale. “Inoltre con riguardo alla possibilità di gestire le mense, il servizio di pulizia e la manutenzione del verde presso alcune Rsa lombarde, Amico vantava la conoscenza con il Senatore di FdI Mario Mantovani”.
Contatti certificati anche con l’ex assessore regionale della Lega Monica Rizzi (non indagata), fondatrice del Grande Nord. La stessa Rizzi favorirà i rapporti tra “Amico e Silvia Botticchio (non indagata) candidata sindaco per il Comune di Ossimo per le elezioni del 2021”.
Dal parlamento alle amministrazioni locali. Viene preso l’esempio del comune di Vigevano e i rapporti di Demetrio Tripodi, altro rappresentante del consorzio mafioso, e “politici locali del Comune di Vigevano (in particolare, Galliani Antonello, in qualità di vicesindaco e Scardillo Nicola, in qualità di assessore del Comune)”. Rispetto a Galliani, oggi coordinatore provinciale di Forza Italia a Pavia, “attraverso il monitoraggio dell’utenza in uso a Tripodi emerge come tali rapporti fossero costanti e reiterati, non presentando natura meramente istituzionale, bensì prettamente funzionali al perseguimento degli interessi economico-imprenditoriale del gruppo”. Galliani allo stato non è indagato.
Poi c’è Nicola Scardillo anche lui non indagato e già assessore alla Sicurezza del Comune di Vigevano. Tripodi, si legge nelle motivazioni, manteneva con Scardillo “contatti regolari per ottenere l’affidamento di lavori edili, sia privati sia pubblici, utilizzando aziende formalmente intestate a prestanome ma in realtà controllate dal gruppo criminale”.
Nella “rete relazionale” del Consorzio di mafie ci finisce anche il non indagato Luca Faraone “candidato alle elezioni comunali del 2023 per il Comune di Carate Brianza nella lista di Fratelli d’Italia e per il quale il gruppo Crea si muove nel garantirgli i voti necessari per essere successivamente eletto”. Il boss Santo Crea cosi si raccomanda con i suoi che non portino troppi voti: “Senza che ne faccia assai, se no poi dicono ‘assai come mai?’ Il giusto, in modo che non faccia cattiva figura e risulti! E poi si mette a disposizione”.
Politica ma non solo. Anche manager pubblici. Tra tanti, il rapporto tra “Giancarlo Vestiti e Stefano Zani (non indagato, ndr), già direttore generale di Sogemi (società partecipata dal Comune di Milano per la gestione dell’Ortomercato e dei mercati annonari)”. E ancora: “Anche dopo l’arresto di Vestiti, l’interesse del gruppo per l’ambito dell’Ortomercato prosegue attraverso i contatti con Giorgio Gnoli (non indagato, ndr), referente del consorzio Ageas, subappaltatore di So.Ge.Mi. Nel dicembre 2020 Gioacchino Amico prospettava l’avvio di servizi di pulizie/facchinaggio e ulteriori attività presso Sogemi a partire dal nuovo anno”. Intercettato Amico spiega: “Poi stiamo trattando pure e chiudiamo, primi di gennaio pure con Sogemi, l’Ortomercato e il mercato ittico (….). Tutta la gestione dell’ortomercato…perché all’interno c’era un caro amico mio che ha avuto dei problemi un po’ con la giustizia”. Eccola, dunque, la vera cassaforte del Consorzio, una “rete relazionale” di cui le motivazioni della sentenza hanno scattato solo una parziale istantanea.
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