Dai quadri di Damiani ai pizzi d’oro di Buccellati e il manifesto anti-Ai di Boucheron: le nuove collezioni milionarie (già sold out) di alta gioielleria e i segreti di un mercato che non conosce crisi

I fortunati clienti Vip l’hanno già vista in un’anteprima blindatissima sul Lago di Como. E, a giudicare dalle teche, l’hanno anche già comprata. Entro nella boutique Damiani di Place Vendôme, nel pieno del fermento della settimana della Haute Couture parigina, per visionare ciò che resta di Arte Maestra, l’ultima collezione di alta gioielleria della maison. Dalle vetrine blindate scintillano i bagliori delle poche pietre preziose scampate agli acquisti compulsivi dei grandi collezionisti. Si mormora infatti che gran parte dei pezzi unici sia stata accaparrata da un’unica, facoltosissima cliente taiwanese, la quale, una volta siglato l’acquisto, ha preteso un vincolo ferreo: i suoi gioielli non dovranno mai più essere mostrati al pubblico né tantomeno fotografati.

Silvia Damiani mi accoglie e, notando il mio sguardo catturato da un collier imponente rimasto in esposizione, lancia la proposta: “Vuoi provarla?”. “Perché no, quando mi ricapita?”, penso. Ed eccomi davanti allo specchio con al collo Impetuosa. Il valore si aggira sui 318.500 euro. È un’onda densa e viva di oro bianco, incrostata di tormaline Paraiba e zaffiri blu e azzurri che fluttuano attorno a un diamante centrale taglio trilliant da tre carati. Il richiamo alla “Grande onda di Kanagawa” di Hokusai è evidente. Il gioiello è massiccio nella sua architettura geometrica ma, una volta indossato, risulta incredibilmente leggero. Per un attimo intuisco esattamente cosa provino le top client dell’alta gioielleria: un brivido di puro possesso su un manufatto che brilla di luce ancestrale e sta divinamente sul décolleté. Certo, non ci vai a cena in un bistrot qualunque. Ma Silvia Damiani sdrammatizza subito la solennità del pezzo: “Basta indossarla con un paio di jeans e un dolcevita nero, oppure sopra una semplice camicia bianca”.

I numeri di un settore immune alla crisi

Quel riflesso specchiato è la sintesi perfetta di uno scenario economico che viaggia su binari paralleli rispetto alle turbolenze globali. L’alta gioielleria non conosce crisi. Secondo il recente report di Global Market Statistics, aggiornato al 22 luglio 2026, il mercato globale raggiungerà i 194.999,42 milioni di dollari nell’anno in corso, con proiezioni che puntano ai 413.250,06 milioni di dollari entro il 2035 (CAGR del 7,8%). A dominare gli acquisti offline — fondamentali per l’esperienza tattile e la consulenza privata — sono i consumatori con patrimoni ultra-elevati, in particolare in Cina, India, Medio Oriente e nell’Asia-Pacifico. Nonostante l’inflazione, le tensioni geopolitiche e l’impatto della guerra Russia-Ucraina sulla catena di fornitura dei metalli preziosi e dei diamanti (con conseguente impennata dei prezzi alla fonte), i “paperoni” odierni cercano rarità. Cercano pezzi personalizzati, tracciabili e dal fortissimo valore culturale, considerandoli al contempo status symbol e beni d’investimento sicuri.

Damiani e Buccellati: l’arte pittorica contro l’architettura del pizzo

Questa ricerca spasmodica di valore narrativo è il motore delle creazioni presentate a Parigi, dove i marchi storici dialogano tra loro per paragone o netta dissonanza. Se il collier di Hokusai che ho provato è l’emblema del dinamismo, il resto della collezione Arte Maestra di Damiani si snoda come un vero e proprio museo da indossare. Dalle atmosfere rinascimentali di Floréa (ispirata alla Primavera di Botticelli, con un prato di smeraldi) si passa alla Malìa caravaggesca (un intreccio di alessandriti e rubini “Sangue di piccione” che richiama i serpenti di Medusa). Lo smeraldo colombiano Muzo da 10 carati di En-plein-air ricrea la luce delle ninfee di Monet, mentre lo spinello arancione da 7 carati di Estasi riprende l’effetto mosaico del “Bacio” di Klimt. Non mancano tributi a Kandinsky (Pentagramma, con sette diamanti fancy color) e a Van Gogh, con Radiosa, dominata da un abbagliante diamante fancy yellow-brown da 21 carati.

Laddove Damiani cristallizza l’energia dei pittori, Buccellati sceglie la via diametralmente opposta: la sottrazione e la levità. Con la collezione Serenissima, la maison milanese trasforma l’oro e i diamanti in un omaggio ai merletti di Burano e alla Repubblica di Venezia. Non ci sono pennellate cromatiche violente, ma un microscopico lavoro di traforo. “Ogni gioiello è un frammento di questa città straordinaria, un tributo alla sua luce”, spiega il direttore creativo Andrea Buccellati. Le lastre in oro bianco e giallo vengono svuotate a mano con il seghetto per creare reti leggerissime, impreziosite da tecniche antiche come il “Modellato” per scolpire le foglie e il “Rigato” per inciderne la superficie. Tiare, bracciali e collier diventano impalpabili, illuminati da zaffiri blu, acquamarine e diamanti che assecondano il corpo umano.

L’eclettismo di Pomellato e il rigore di Vhernier

Dalla compostezza lagunare si passa all’anticonformismo intellettuale con Pomellato. La collezione Stile Libero è un inno all’eclettismo milanese, declinata in 65 creazioni che abbattono le gerarchie della gioielleria classica. Qui la tecnica del serti libre consente alle gemme di posarsi sul metallo in architetture scomposte e fluide. Spicca Mandala Chromia, un medaglione con 99 zaffiri naturali multicolore, e la rivière Rainbow Supreme, dove 68 tormaline tracciano un dégradé ininterrotto. È una grammatica che mescola volumi scultorei ai diamanti brown, vera firma estetica del marchio, per un’eleganza non convenzionale che rivendica il diritto all’asimmetria. A questa esuberanza organica risponde il rigore formale e quasi ancestrale di Vhernier con la linea Freccia High Jewellery. La complessità si risolve nella ripetizione modulare di un singolo elemento triangolare, privo di spigoli vivi. Nelle varianti con giada nera, lapislazzuli o madreperla, Vhernier applica la celebre tecnica delle Trasparenze (sovrapponendo cristallo di rocca alle gemme di colore), restituendo volumi fluidi e orecchini trasformabili grazie a innesti meccanici di altissima ingegneria. Sulla stessa indagine delle forme essenziali si muove Sahag Arslanian. La sua collezione Lunar Eclipse traduce in gioielli scultorei le fasi lunari attraverso diamanti bianchi, opali e cristallo di rocca, mentre con Chroma in Motion ribalta le regole dell’alta gioielleria custom-made: il brand fornisce le silhouette architettoniche e spigolose, ma è il cliente a completare l’opera scegliendo il diamante colorato che più lo rappresenta, in un atto di espressione intimamente personale.

Il manifesto anti-AI di Boucheron: la mano umana come ultimo baluardo

Questa evoluzione materica, che porta i metalli preziosi a flettersi come tessuti o a scomporsi in tasselli geometrici, è la vera risposta dell’alta gioielleria alle sfide della modernità. Lo dimostra in maniera dirompente Boucheron con la collezione Human Being. La direttrice creativa Claire Choisne, intimorita dall’omologazione galoppante dell’intelligenza artificiale, ha trasformato la sua nuova collezione in un manifesto anti-AI. Partendo da una singola forma archetipica (la classica collana a grappolo), gli atelier hanno impiegato 14.000 ore per realizzarne cinque varianti identiche nei volumi ma radicalmente diverse nelle tecniche. Dal set Rain, dove i diamanti fluttuano sottovuoto in gocce di cristallo di rocca e resina vegetale, alla parure Checkers, che incide un pattern pied-de-poule sull’onice tramite un laser a femtosecondi rubato all’orologeria; fino ai motivi vittoriani scolpiti nel quarzo fumé della linea Tattoo. Un campionario di virtuosismo tecnico che fissa un punto fermo nel panorama del lusso contemporaneo: per quanto le macchine possano standardizzare la perfezione, l’unicità del gesto, l’errore umano e la fatica incisa nell’oro restano il vero, inestimabile valore che i paperoni di tutto il mondo continuano a inseguire.

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