Dodici paesi Ue, Italia compresa, chiedono di bloccare le norme sul metano. Il clima paga il conto
di Massimiliano Perna e Stephanie Brancaforte
Proprio nei giorni in cui l’Europa faceva i conti con l’aumento delle temperature e con picchi di caldo che hanno riacceso il dibattito sulla lotta al cambiamento climatico, a Bruxelles, la Commissione Europea ha ricevuto una richiesta specifica. Richiesta che va in direzione pressoché opposta rispetto alle politiche mirate alla riduzione delle emissioni inquinanti e del loro impatto sull’ambiente. Undici nazioni europee hanno chiesto alla Commissione Europea di rinviare l’applicazione del regolamento 2024/1787, entrato in vigore il 4 agosto 2024. Uno strumento normativo fondamentale che impone obblighi vincolanti di monitoraggio, rendicontazione e riduzione delle emissioni di metano lungo tutta la filiera dei combustibili fossili — petrolio, gas e carbone — non solo per gli operatori europei, ma anche per chi vuole vendere idrocarburi nel mercato dell’Unione.
L’appello di Repubblica Ceca, Slovacchia, Austria, Belgio, Bulgaria, Ungheria, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Svezia e Italia (ai quali, durante il Consiglio Energia del 26 giugno, si è aggiunta anche la Germania) esprime ragioni ben precise, sul piano giuridico ed economico e, soprattutto, su quello della sicurezza energetica. Il riferimento è a intoppi burocratici reali (la Commissione non ha ancora certificato quali paesi extra-UE rispettano standard equivalenti), ai quali si aggiunge lo spettro della sicurezza energetica e dell’interruzione delle forniture: si teme infatti che i paesi produttori meno in linea con quanto richiesto dal Regolamento possano smettere di vendere all’Europa e scegliere di dirottare le loro esportazioni su mercati meno esigenti. Questo è il motivo per cui questi dodici Paesi ritengono necessario bloccare per tre anni l’applicazione del regolamento. Con buona pace del contenimento delle emissioni e della tutela dell’ambiente.
Ma perché, l’Europa, nel 2024, ha sentito l’esigenza di regolamentare proprio il metano? Semplice: perché parliamo del secondo gas serra per impatto sul riscaldamento globale. Il metano è infatti un moltiplicatore silenzioso della crisi climatica ed è responsabile di circa il trenta per cento dell’aumento delle temperature registrato dai tempi della rivoluzione industriale. Su un arco di vent’anni, esso riscalda l’atmosfera circa ottantaquattro-ottantasette volte più della CO₂ — come dicono i dati dell’IPCC — ma a differenza dell’anidride carbonica, che resta in cielo per secoli, il metano si dissolve in una dozzina d’anni. Proprio questa la ragione, ridurre l’utilizzo di metano è lo strumento più immediato che abbiamo per rallentare il riscaldamento globale nel breve termine: ogni tonnellata in meno oggi produce un effetto di raffreddamento tangibile nel giro di uno o due decenni. E invece, ogni anno, nei paesi da cui l’Europa importa metano (Algeria, Egitto, Libia, Azerbaijan, Stati Uniti), decine di miliardi di metri cubi di gas vengono dispersi nell’atmosfera per venting, flaring e perdite lungo le infrastrutture. Uno spreco colossale che avvelena il clima e che può e deve essere fermato.
Il Regolamento 2024/1787, pertanto, è il primo tentativo al mondo di imporre standard climatici a chi vende combustibili fossili. Si basa su un principio semplice: se vuoi vendere petrolio, gas o carbone in Europa, devi dimostrare che non stai avvelenando il pianeta con perdite di metano che potresti facilmente fermare. Il percorso è graduale — obblighi di trasparenza dal 2025, standard equivalenti dal 2027, soglie massime vincolanti dal 2030 — ma la direzione è chiara.
Peccato che questi dodici paesi europei, Italia compresa, abbiano chiesto di rinviare tutto. A dar loro man forte, ci hanno già pensato Stati Uniti, Qatar, Algeria e Nigeria, che hanno fatto sapere che non gradiscono il regolamento, mentre il Segretario all’Energia americano, Chris Wright, ha avvertito che “l’energia americana andrà semplicemente altrove”. Inoltre, dopo il Consiglio del 26 giugno, pare che questa coalizione che chiede lo stop del Regolamento sia cresciuta ulteriormente fino a essere composta da circa 16-17 paesi. Una vera minaccia per ambiente e clima.
Per fortuna, c’è chi si oppone e chiede all’Unione Europea di non cedere alle pressioni e di tirare dritto, proseguendo nella direzione della regolamentazione di una delle fonti fossili più inquinanti. Il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha lanciato un appello globale, chiedendo tagli immediati al metano. Anche i parlamentari democratici americani hanno preso posizione, scrivendo una lettera a Ursula von der Leyen, nella quale sostengono che annacquare il regolamento sarebbe un segnale devastante per chi ha già investito in monitoraggio e riduzione. La Commissione, per ora, dice di non voler attuare la sospensione, ma le pressioni aumentano e con esse il rischio di vedere nuovamente sacrificato uno strumento importante di contrasto alle emissioni e al riscaldamento globale, solo per fare spazio agli interessi delle multinazionali del gas e dei Paesi esportatori da cui l’Europa, ancora, sceglie di dipendere. Sarebbe drammatico, sarebbe l’ennesima beffa, l’ennesimo inchino nei confronti di chi, attraverso i fossili, continua a influenzare le scelte politiche ed energetiche di un intero continente.
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