Enrico Mattei, mandanti francesi e depistaggi italiani nel libro che riapre il caso dell’attentato al presidente Eni
Mandanti francesi e depistaggi (infiniti) italiani. Questa la tesi del voluminoso e scrupoloso saggio d’inchiesta storica Lampi sull’Eni – Il piano per eliminare Enrico Mattei (Feltrinelli), scritto da Vincenzo Calia e Giuseppe Oddo sull’attentato in volo che uccise il presidente dell’Eni Enrico Mattei, il pilota dell’aereo aziendale, Irnerio Bertuzzi, e il giornalista corrispondente del Time, William McHale, la sera del 27 ottobre 1962 nei cieli di Bascapé. Già, la prima vera trama nera della limitata sovranità nazionale italiana, delle sanguinose stragi di quella che verrà definita successivamente come strategia della tensione, ancor prima di Piazza Fontana, della stazione di Bologna e di Ustica, è l’uccisione dell’allora presidente dell’Eni. Reo di aver messo mani, piedi e industria italiana del gas e del petrolio fuori dai binari dei dettami dell’oligopolio, quindi della solita finta libertà di mercato, del settore degli idrocarburi di allora. Una sorta di prova generale su come orchestrare un sabotaggio su suolo italiano da parte dei servizi segreti di una potenza straniera e poi, pochi istanti dopo la sua tragica realizzazione, come attuare un capillare, costante, inesausto e insistito depistaggio a ogni apparire di indizi, testimoni, evidenze che ne confermassero logicamente l’origine dolosa e stragista.
Per enumerare ogni depistaggio avvenuto in oltre sessant’anni dovremmo occupare tutte le pagine del nostro sito, ma questo “fiume carsico”, come lo definiscono gli autori, che ha incistato il caso Mattei – ce n’è anche per il pur coraggioso regista Francesco Rosi, attenzione – è un dato così criminalmente ricercato da fare spavento. “Più ci si inoltra nello studio delle carte giudiziarie e d’archivio e più è lampante che la versione ufficiale resse con i depistaggi e le connivenze degli ambienti militari, politico-istituzionali e industriali (leggasi Eni) e con l’atteggiamento ossequioso di certa magistratura e di certi mezzi d’informazione verso il potere”. Forse molti già conoscono alcuni clamorosi dettagli delle non indagini a poche ore dalla strage: i rottami del Morane-Saulnier subito puliti con soda caustica così come lavati furono i miseri resti anatomici delle vittime; le decine di contadini testimoni oculari che videro come l’aereo su cui viaggiava Mattei fosse già esploso in cielo e che vennero spinti a modificare la propria iniziale versione dell’accaduto resa ai Carabinieri. E ancora: il viavai di servizi segreti, figure misteriose, perfino l’investigatore privato Tom Ponzi, a neanche tre ore dall’accaduto per diversi chilometri attorno ai resti del velivolo; la commissione tecnica d’inchiesta istituita dal governo che non ascolta mai chi sostiene logicamente l’ipotesi dell’esplosione; la magistratura che non esercita l’azione penale ma lascia tutto nelle mani degli accertamenti militari (“perché tanta segretezza dell’Aeronautica attorno a un aereo civile?”); il fare circospetto giornalistico con perfino Indro Montanelli a orientare, citando testimonianze poi smentite, l’opinione pubblica sulla tesi dell’incidente. Insomma, un muro di gomma ante litteram rispetto al successivo stragismo più crudo e cieco degli anni Settanta e Ottanta.
E così, se il titolo del saggio richiama Petrolio di Pier Paolo Pasolini e quindi l’oscura figura del presidente Eni succeduto a Mattei, Eugenio Cefis, macchinatore supremo possibile attorno al potere politico italiano, quella che emerge da Lampi sull’Eni è la solita parallela etica istituzionale degli uomini di Stato italiani: la doppia lealtà tra Costituzione italiana e Nato, con preferenza assoluta per la seconda. Una fenditura che ha come consueto scenario brulicante e attivo quella Democrazia Cristiana, alla quale apparteneva lo stesso Mattei, deputato Dc nel primo dopoguerra ed ex partigiano combattente “bianco”: uno slabbrato catino partitico che andava dalla corrente detta Base, con il cuore verso i socialisti, e dall’altro lato figure come Antonio Segni e Giulio Andreotti, immersi nell’abbraccio con l’eversione nera, gli esponenti più nostalgici del Movimento Sociale Italiano, Cia e Gladio. L’Italia dalla doppia lealtà che conosceremo ancor meglio da Piazza Fontana in avanti, con Mattei fa le prove generali della futura tragedia.
Ma al posto del solito “sono stati gli americani”, Calia e Oddo insistono sulla pista francese, oltretutto legata a doppio filo all’anticomunismo statunitense. Secondo gli autori, mandanti ed esecutori della strage sono stati gli uomini dell’intelligence francese della Sdece, sospinti dai quadri infiltrati dell’Oas, l’organizzazione paramilitare dell’estrema destra francese in Algeria. Motivo? Tanto lampante quanto i futuri insistiti depistaggi: il presidente dell’Eni si era allargato troppo nell’attuare una politica di autonomia energetica italiana in Algeria, sconfinando non tanto nel campo d’affari delle cosiddette “sette sorelle” (il cartello delle compagnie petrolifere anglo-statunitensi-olandesi) e dell’isteria ideologica statunitense (democratici o repubblicani nessuna differenza) anticomunista (e Mattei con l’Urss ci faceva affari e con gli indipendentisti mediorientali pure), quanto in quello algerino dei cuginetti d’oltralpe, zeppi di veri e propri ex collaborazionisti tra politici e militari che trovarono rifugio in Italia negli anni Cinquanta alla luce del sole e grazie all’aiuto del Sifar e dell’Ufficio Affari Riservati (il capitolo con Jacques Soustelle, Georges Bidault e militari Oas che soggiornano sulle rive del mare italico è da antologia). Così se gli industriali francesi spalleggiati dai generalissimi truci pieds-noirs offrivano al neoindipendente governo algerino un fifty-fifty su petrolio e gas da estrarre nel deserto, Mattei e la sua Eni (“una deviazione rispetto al governo italiano”) lasciavano già a Libia, Marocco ed Egitto il 75%, e avrebbero fatto uguale con Algeri, dei proventi derivanti dall’estrazione.
“Il quadro che emerge dalla nostra indagine storica sulle circostanze che portarono all’uccisione di Mattei ci induce a ritenere che francesi furono i mandanti dell’azione delittuosa e italiani gli artefici dei depistaggi. I documenti, i fatti, le testimonianze, le dichiarazioni, i molteplici indizi convergono in questa direzione”, spiegano gli autori. “Il sabotaggio non sarebbe tuttavia potuto avvenire senza la collaborazione di soggetti interni all’Eni, a conoscenza delle mosse di Mattei (…) depistaggio e inquinamento delle prove dietro cui era riconoscibile la mano del Sifar e dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno”.
E sia chiaro, Lampi sull’Eni non è il solito saggetto progressista impegnato a ritrovare il bandolo democratico di una ragion di Stato perduta da oltre settant’anni. Calia e Oddo catturano l’essenza follicolare di tutta quella polvere lanciata negli occhi dell’opinione pubblica italiana che non ha mai scorto la verità dietro alle stragi di Stato. Per questo ci piace ricordare il grande coraggio di un artista a tutto tondo come Francesco Rosi che, dopo aver scavato attorno all’omicidio di Salvatore Giuliano, tentò e realizzò un film su Mattei (con Gian Maria Volonté straordinario protagonista): minacciato più volte, lui e i suoi familiari, di morte, Rosi aveva delegato una sorta di soggetto inerente alle ultime 48 ore di Mattei in Sicilia prima della strage in volo al giornalista Mauro De Mauro, che per questo sparì e il cui corpo non venne mai più ritrovato poco prima di consegnare le sue scoperte al regista. Rosi andò avanti, ma si prestò comunque a mostrare lo script all’Ufficio Relazioni Esterne dell’Eni, che chiese, in quella divenuta “Nota Briatico”, due cose: eliminare un’intervista a un politico algerino dove si evidenziava il cambiamento repentino di politica industriale dell’Enidi Cefis rispetto a quella di Mattei ed eliminare l’intervista a una superspia francese che sosteneva come un agente Sdece“in assoluta posizione di comando” fosse infiltrato nell’Eni. Una figura troppo simile, ancora una volta, a Cefis. Rosi cassò entrambi i riferimenti. Come cassò la testimonianza del contadino Mario Ronchi, uno dei primi ad aver visto il Morane-Saulnier in fiamme nel cielo la notte del 27 ottobre a Bascapé, per poi ritrattare. Capita anche ai migliori. E Il caso Mattei rimane comunque un film bellissimo.
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