Fondi, Big Tech e un politico come garante: è questa la nuova architettura del potere economico

Seguire il denaro, oggi, non porta più nei paradisi fiscali o nei circuiti opachi della finanza canaglia, conduce invece in luoghi regolamentati, persino noiosi: gli uffici dei grandi gestori patrimoniali. BlackRock, Vanguard e State Street amministrano insieme oltre venti trilioni di dollari, una cifra, tanto per capire, superiore al Pil combinato di Cina e Giappone. E dove è investito questo oceano di risparmio globale? In larga parte negli stessi cinque o sei titoli: Apple, Microsoft, Nvidia, Alphabet, Amazon, Meta. I “Grandi” della finanza passiva, dunque, figurano tra i primi azionisti di ciascuna di queste società — e, contemporaneamente, delle loro concorrenti, dei loro fornitori, delle banche che le finanziano e dei media che le raccontano.

È questa la nuova architettura del potere economico: non un cartello nel senso classico, non un complotto, ma qualcosa di più sottile e per certi versi più inquietante — un’interdipendenza strutturale in cui il capitale finanziario e quello tecnologico si sono fusi in un unico organismo circolare che opera a livello globale.
I fondi indicizzati comprano automaticamente ciò che è grande; ciò che viene comprato diventa più grande; ciò che diventa più grande pesa di più negli indici, e quindi viene comprato ancora. La concentrazione genera concentrazione, senza che nessuno debba decidere nulla. Gli economisti la chiamano “proprietà comune orizzontale”; potremmo chiamarla, più semplicemente, la fine della concorrenza per via algoritmica.

Vent’anni fa l’economia sommersa, quella che sfuggiva alle regole degli Stati, operava ai margini: contrabbando, finanza illecita, finanziamento del terrorismo, zone grigie della globalizzazione. Oggi il fenomeno si è rovesciato. Non sono più i capitali canaglia a eludere lo Stato: è il capitale ufficiale, quello quotato e rispettabile, i nostri risparmi, le nostre pensioni ad aver superato lo Stato in dimensione e velocità. A questo punto le regole di questo stato sono diventate irrilevanti.

Ed ecco un esempio recente. Quando la Federal Reserve, nel 2020, dovette intervenire sui mercati obbligazionari, a chi affidò la gestione operativa degli acquisti? A BlackRock, tramite la sua piattaforma Aladdin — lo stesso software che monitora rischi per decine di trilioni di dollari di asset privati in tutto il mondo. Lo Stato più potente della Terra, per governare il proprio sistema finanziario, ha dovuto noleggiare l’infrastruttura di un attore privato. È l’equivalente monetario di ciò che accade nel cloud: i governi occidentali fanno girare i propri dati sui server di Amazon e Microsoft, le proprie comunicazioni sui satelliti di un imprenditore privato, le proprie campagne elettorali sugli algoritmi di Meta e di X.

L’interdipendenza è totale e biunivoca. Le Big Tech hanno bisogno del risparmio gestito per sostenere valutazioni che ormai incorporano decenni di profitti futuri; i gestori hanno bisogno delle Big Tech perché senza la loro crescita gli indici — e con essi le pensioni di mezzo Occidente — si sgonfierebbero. Nessuno dei due può permettere il fallimento dell’altro.

Ed è qui che entra in scena la politica: perché un sistema too big to fail e too interconnected to be regulated come questo ha bisogno di un garante politico. Non di un parlamento, troppo lento e frammentato, non di istituzioni ad hoc. Ha bisogno di un uomo solo al comando.

Secondo la storica di Harvard Jill Lepore negli ultimi quaranta anni la presidenza americana si è trasformata da carica amministrativa a istituzione plebiscitaria, costruita attorno al rapporto diretto, emotivo, non mediato, tra il leader e le masse. La radio di Roosevelt, la televisione di Kennedy e Reagan, i social media di Trump: ogni salto tecnologico della comunicazione ha eroso i corpi intermedi — partiti, sindacati, stampa locale, congresso — e ha ingrossato l’esecutivo. Ed ecco come è stato prodotto l’uomo solo al comando, essenziale per il funzionamento di questo sistema.

La tecnologia ha fatto sì che la politica venisse trattata come problema di ingegneria dei dati e non più come deliberazione collettiva, la politica diventa gestione comportamentale di un pubblico. Noi siamo frammenti di dati manipolati, non più cittadini, ma audience. Non programmi, ma engagement. E un’audience non elegge un legislatore: acclama una star.

È esattamente ciò che vediamo. Il presidente americano — ma il discorso vale per molti esecutivi occidentali e non — non è più il vertice di un’architettura costituzionale di pesi e contrappesi: è un brand globale, misurato in follower, meme, indici di gradimento in tempo reale. Governa per ordini esecutivi ed emergenze, comunica per post, tratta i vertici internazionali come episodi di un reality.

Qui i due fili — quello finanziario-tecnologico e quello politico — si annodano. Un potere economico concentrato in poche mani preferisce interlocutori concentrati. Negoziare con un congresso, con autorità antitrust indipendenti, con una stampa plurale, è costoso e imprevedibile. Negoziare con un solo uomo — investire sul suo capitale politico, sedersi alla sua inaugurazione, finanziare la sua biblioteca presidenziale, comprare la sua criptovaluta — è efficiente. La cerimonia di insediamento di Trump, con i vertici delle maggiori aziende tecnologiche del pianeta schierati in prima fila come un Politburo del capitale, resterà come la fotografia di questa saldatura.

Il presidente rock star, a sua volta, ha bisogno dell’oligopolio: delle piattaforme per raggiungere il pubblico scavalcando i media tradizionali, dei mercati per certificare il proprio successo (il listino azionario come sondaggio permanente), dei gestori patrimoniali per garantire che la macchina non si inceppi. È una simbiosi, non una subordinazione: ciascuno amplifica l’altro, e insieme comprimono tutto ciò che sta in mezzo — parlamenti, autorità indipendenti, governi locali, giornalismo d’inchiesta, cioè l’intero tessuto connettivo della democrazia liberale.

La celebrità, secondo Lepore, è una forma di potere antitetica alla rappresentanza: non si delega a una star, la si adora o la si detesta. E l’economia dell’attenzione — il modello di business su cui poggiano le valutazioni trilionarie di Big Tech, e dunque i rendimenti dei fondi pensione di tutti noi — premia sistematicamente ciò che polarizza.

E così il cerchio si chiude: il nostro risparmio finanzia le piattaforme, le piattaforme fabbricano il leader carismatico, il leader carismatico protegge le piattaforme e i loro azionisti. E noi, risparmiatori-elettori-utenti, siamo contemporaneamente il carburante e il prodotto di questo sistema-prigione.

L’articolo Fondi, Big Tech e un politico come garante: è questa la nuova architettura del potere economico proviene da Il Fatto Quotidiano.

Leggi su: Il Fatto Quotidiano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *