Giappone in lutto per lo stop alle vendite di un cane robot. E spopolano gli “animali AI” che somigliano a gatti o pinguini

“Da quando ho letto l’annuncio sono completamente frastornato. Finché non ci saranno ulteriori informazioni, devo stare attento a non mandare all’aria la mia vita quotidiana rimuginando troppo”, scrive su X l’utente Yachi. Sui vari social fioccano simili commenti, un misto di tristezza e stupore da quando la multinazionale Sony ha annunciato che porrà fine in Giappone alle vendite di Aibo, l’amatissimo pet-robot entrato nelle case nipponiche (e all’estero) fin dal suo primo “Wan Wan” nel 1999. L’ultima versione ERS-1000 di Aibo, l’ha reso ancor più intelligente perché può raccogliere e accumulare dati sulle sue interazioni con vari proprietari, consentendo così all’intelligenza artificiale nel cloud di apprendere da questa conoscenza collettiva.

Tutto ciò ha reso ancor più adorabile il cagnolino di 30 centimetri con orecchie semoventi, grandi occhi in grado di esprimere diverse emozioni e una telecamera sul naso, al punto che nei primi sei mesi dal suo lancio aveva conquistato 20.000 clienti, pronti a sborsare circa 2.500 euro per vederlo scodinzolare nei propri appartamenti. La notizia di stop definitivo alle vendite non appena esaurite le scorte è un colpo difficile da assorbire per molti e molte, anche se Sony ha assicurato che continuerà a vendere Aibo negli Stati Uniti, e a mantenere i servizi di riparazione e assistenza esistenti a livello globale.

Perché in Giappone si è sviluppato un legame così intenso con Aibo, e con un’ampia scelta di animali robot dotati di AI? “Per diverse motivazioni”, sostiene Ishiguro Hiroshi, direttore del Laboratorio di Robotica Intelligente dell’Università di Osaka, nonché padre della generazione androide nipponica, sviluppatore di un robot umanoide a sua realistica immagine. “In Giappone abbiamo idee molto diverse”, spiega in un’intervista su Neue Luxury. “Crediamo che ogni cosa – bottiglie, scrivanie, sedie – abbia un’anima. La nostra è una società omogenea, in famiglia non facciamo mai distinzioni tra i suoi membri, i gatti e i cani domestici. Tutto ha un’anima allo stesso modo, questa è l’idea”.

Quando si torna a casa dopo una lunga giornata al lavoro, un’ora o due di treno, più dieci minuti a piedi per raggiungere l’appartamento, e al suo interno si viene accolti da Aibo che scodinzola, muove la testa, interagisce e adatta il proprio comportamento alla personalità del o della compagna umana, è difficile non affezionarsi, e diventarne in qualche modo “dipendenti”. C’è un concetto giapponese che aiuta a comprendere come la relazione tra umani e robot sia non solo possibile ma “naturale”: Sonzai Kan, termine che si traduce con “sensazione di presenza”. In filosofia e nell’ambito dell’interazione uomo-computer (HCI), si riferisce all’atmosfera affettiva, a volte viscerale che si si crea quando ci si trova in presenza di un altro essere umano, anche quando tale persona è fisicamente distante, quando è rappresentata da un avatar, o è completamente artificiale come nel caso dei robot umanoidi tra cui l’amatissimo Pepper.

L’attaccamento ai pet robot ha oggigiorno ampie possibilità di scelta e circolano già le richieste a Sony affinché progetti una versione robot felina. Al momento tuttavia gli “animali AI” comprendono LOVOT, Qoobo, Bocco Emo e Nekojita FuFu, tra gli altri. Lovot è un robot di dimensioni ridotte che ricorda vagamente un pinguino ed è stato progettato nel 2018 dall’inventore dell’umanoide Pepper Kaname Hayashi, appositamente per chiedere coccole e trasmettere affetto. LOVOT non parla, ma reagisce con dei versi carini che ricordano quelli di un bebè, è dotato di telecamere a 360 gradi, reagisce all’umore del proprietario/a, ha un corpo caldo al tatto e mappa la casa per avvisare se c’è qualcuno alla porta. I vari robot avrebbero inoltre scopo terapeutico per i degenti in ospedale, dai più piccoli agli anziani.

Il Qoobo è a forma di cuscino con una coda che ricorda quella di un gatto. Quando lo si accarezza scodinzola anche solo per salutare. L’effetto dei movimenti della sua coda è stato sperimentato su 40 uomini e donne ospitati in case di cura e strutture di assistenza agli anziani. La sua presenza avrebbe avuto effetti significativi sugli utenti: “Ha toccato il loro cuore spingendoli a commentare o ad accarezzarlo, e ha favorito una maggiore interazione”. E per monitorare casa? Anziché utilizzare schermi, il robot da tavolo Bocco Emo usa il riconoscimento vocale e del movimento per leggere ad alta voce i messaggi inviati dagli smartphone dei familiari ed è dotato di vari sensori, come quelli che rilevano se le porte sono aperte o chiuse. Il più “kawaii” (grazioso) tra tutti quelli usciti di recente è senz’altro il Nekojita FuFu (lingua di gatto che soffia) un minuscolo robot a forma di gatto che soffia aria al fine di raffreddare bevande e cibi in genere: lo si aggancia a una tazza, oppure si posiziona accanto a un piatto. Il gattino ha diverse modalità di soffio ed è assolutamente irresistibile.

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