Giustizia minorile, educatori e associazioni contro la stretta del governo: “Così non si ferma la violenza giovanile”
La nuova stretta del governo sulla giustizia minorile non convince chi lavora ogni giorno con adolescenti e giovani nelle situazioni di maggiore fragilità. Dopo le critiche arrivate dalle opposizioni e dai penalisti, anche associazioni, educatori e operatori sociali mettono in guardia dal rischio che il nuovo disegno di legge sull’imputabilità dei minori finisca per spostare il baricentro della giustizia minorile dalla funzione educativa a quella esclusivamente repressiva. Il provvedimento, approvato dal Consiglio dei ministri e ora atteso dall’iter parlamentare, interviene sulle regole che riguardano la capacità di intendere e di volere dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni. Oggi spetta al giudice valutare caso per caso la maturità del minore; con la nuova norma, invece, viene introdotta una presunzione di capacità e sarà la difesa a dover dimostrare l’eventuale incapacità. Per il ministro della Giustizia Carlo Nordio si tratta di una misura necessaria per “facilitare le indagini”, mentre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivendicato il provvedimento come un ulteriore tassello nella lotta alla criminalità giovanile: “Chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni anche quando è minorenne”, ha spiegato la presidente del Consiglio.
Proprio su questo punto si concentra la critica di chi lavora sul campo. “È un disegno di legge che sicuramente non risolve la questione della violenza minorile”, spiega a ilfattoquotidiano.it Antonella Inverno, responsabile Politiche infanzia e adolescenza di Save the Children Italia. “Da un lato perché i dati ci dicono che si interviene su un aspetto numericamente molto limitato: le decisioni dei tribunali per i minorenni e dei giudici per l’udienza preliminare che chiudono i procedimenti per accertata immaturità di un ragazzo o una ragazza tra i 14 e i 18 anni sono poche decine”. Secondo Inverno, quindi, il provvedimento sembra avere soprattutto una valenza simbolica. “È una norma che sembra rispondere più a un’esigenza di messaggio pubblico che a un reale impatto sulla criminalità minorile”. Ma il punto più delicato, secondo Save the Children, riguarda il principio che viene introdotto. “Il rischio è quello di lanciare un messaggio molto pericoloso: che gli adolescenti che commettono un reato debbano essere trattati come gli adulti”, spiega Inverno. Un’impostazione che, secondo l’organizzazione, non tiene conto delle caratteristiche specifiche dell’età adolescenziale. “Tutti gli studi ci dicono che l’adolescenza è una fase molto delicata, nella quale si forma l’identità. È proprio in questi anni che gli interventi educativi riescono maggiormente ad attivare processi di cambiamento”. La preoccupazione è che una risposta prevalentemente sanzionatoria possa compromettere proprio quei percorsi che permettono ai ragazzi di cambiare. “Intervenire in maniera repressiva proprio in questa fase rischia di compromettere anche il rapporto di fiducia che deve stabilirsi tra i ragazzi e il mondo adulto”. Secondo Save the Children, inoltre, il rischio non riguarda soltanto i singoli procedimenti giudiziari, ma anche il clima sociale nei territori. “Provvedimenti di questo tipo possono creare un circolo vizioso: invece di aumentare la sicurezza, rischiano di alimentare diffidenza nei confronti dell’altro e una coesione sociale sempre più fragile”.
Una preoccupazione che riguarda anche il modo in cui viene raccontato il fenomeno della violenza giovanile. Nella presentazione del ddl si è concentrato sulle categorie di “maranza” e “baby gang”, ma secondo molti operatori si tratta di definizioni che rischiano di semplificare realtà molto più complesse. “Parlare di maranza o di baby gang significa semplificare un fenomeno giovanile che in alcuni casi ha radici profonde e storie molto più complicate”, spiega Stefano Pasta, volontario di Sant’Egidio a Corvetto, a Milano. “Sono espressioni che rispondono a un’esigenza di semplificazione e di slogan, ma rischiano di non rispondere alle domande educative che emergono da alcune situazioni”. Nel quartiere milanese, dove Sant’Egidio lavora con giovani e famiglie, il tema centrale secondo Pasta è quello della relazione educativa. “Nel ragionamento sull’imputabilità manca quello che è ancora il punto fondante e qualificante della giustizia minorile italiana: la possibilità di attivare percorsi educativi. Con tutti i limiti del sistema, in alcuni casi si riescono a costruire cammini di responsabilizzazione e cambiamento”. Per chi lavora sul territorio, infatti, il deterrente non è soltanto la paura della pena. “Il lavoro educativo parte dalla costruzione di un legame di fiducia. Non si tratta di ragazzi che cambiano perché qualcuno li minaccia o perché aumentano le pene, ma perché incontrano figure educative autorevoli, capaci di non rassegnarsi e di restituire fiducia”. Un aspetto centrale è anche quello dell’identità. “Il lavoro con i giovani significa anche costruire un’identità di gruppo positiva: non un gruppo contro qualcuno, non un’etichetta data dall’esterno, ma un’appartenenza costruita attorno a un luogo, a un centro aggregativo, a un impegno verso gli altri”.
Sulla stessa linea si è espressa anche Antigone, secondo cui il disegno di legge rappresenta “un ulteriore e gravissimo passo nella trasformazione della giustizia minorile italiana da sistema fondato sulla funzione educativa e sulla responsabilizzazione a sistema sempre più orientato alla punizione e alla repressione”. “Chi conosce davvero questo mondo sa che la risposta non può essere quella di anticipare la punizione”, ha dichiarato Susanna Marietti, coordinatrice nazionale e responsabile dell’osservatorio minori di Antigone, ricordando il confronto degli Stati generali della giustizia minorile che ha coinvolto magistrati, avvocati, educatori, operatori e ricercatori. Anche Unicef Italia ha espresso preoccupazione per la riforma, richiamando la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Secondo l’organizzazione, ogni intervento che riguarda i minorenni deve essere orientato al loro superiore interesse e mantenere un approccio educativo, non esclusivamente punitivo. Critico anche don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, che invita a non leggere il fenomeno attraverso etichette semplicistiche. “Parlare di maranza, parlare di baby gang significa voler semplificare un fenomeno giovanile di disagio molto profondo”, ha spiegato a radio Vaticana. “Gli slogan e le etichette impediscono di guardare in profondità e di prendere decisioni lungimiranti”.
Per le associazioni e gli operatori che lavorano con i ragazzi, dunque, la questione non riguarda soltanto come punire chi commette un reato, ma come intervenire prima che un adolescente arrivi alla devianza. La richiesta è quella di rafforzare scuola, educativa di strada, servizi sociali e spazi di aggregazione. Perché, spiegano, la sicurezza non si costruisce soltanto aumentando la risposta penale. Ma creando le condizioni perché sempre meno ragazzi arrivino a considerare la violenza come l’unica forma possibile di riconoscimento.
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