“Il giorno in cui dovessi far scrivere una canzone all’AI sarà la fine. Firenze e Venezia? Non ne posso più delle città invase dalle masse dei turisti, si deve lottare per mezzo metro di spazio”: parla Ian Anderson dei Jethro Tull
Se mai un algoritmo prenderà il posto della sua creatività, per lui sarà giunto il momento di chiudere definitivamente la custodia del flauto e cambiare mestiere. Ian Anderson, 78 anni, storico frontman e fondatore dei Jethro Tull, non usa mezzi termini per tracciare il confine invalicabile tra il suo progressive rock e le derive tecnologiche del presente. In una schietta intervista rilasciata al “Corriere della Sera”, l’artista scozzese si è scagliato contro l’impiego dell’Intelligenza Artificiale nell’arte, denunciando parallelamente l’impatto insostenibile dell’overtourism sulle città italiane.
L’attacco all’AI e l’elogio del “fatto a mano”
Sulla composizione musicale, il pioniere del flauto rock ha una regola ferrea: l’arte deve rimanere artigianato puro. “Il giorno in cui dovessi rivolgermi all’intelligenza artificiale per scrivere canzoni… Be’, quello sarebbe il giorno giusto per gettare la spugna e imparare a giocare a golf“, ha dichiarato al quotidiano milanese. Pur sottolineando come la band abbia costantemente abbracciato le innovazioni tecniche fin dall’esordio nel 1969, Anderson ribadisce che la loro musica è un prodotto “sempre ‘fatto a mano’ e ‘suonato a mano’“. Questa ostinazione analogica si riflette anche in “Curious Ruminant”, il ventiquattresimo e ultimo album del gruppo. In un’epoca dominata dallo streaming e dall’abbassamento della soglia dell’attenzione, Anderson ha inserito in scaletta “Drink from the Same Well”, un brano di ben 16 minuti, scritto assecondando l’istinto e non le regole del mercato. Una scelta consapevole delle dinamiche odierne: spetta all’autore suscitare interesse, ammette il cantante, senza poter “biasimare il pubblico o gli ascoltatori se preferiscono piatti pronti e semplici piuttosto che un banchetto di cinque portate”.
L’overtourism e la fuga dalle città d’arte
Il prossimo 10 luglio Anderson tornerà per la quarta volta al Pistoia Blues, per la tappa toscana del “Curiosity Tour”. Un ritorno in Italia segnato dalle evidenti criticità logistiche causate dal turismo di massa. Il gruppo non riuscirà ad alloggiare a Pistoia per il tutto esaurito, dovendo ripiegare su una cittadina a un’ora di distanza. Una dinamica che ha spinto il musicista a criticare duramente l’attuale gestione dei flussi di visitatori. “Delle città invase dalle masse di turisti cominciamo a non poterne più”, ha sottolineato al “Corriere della Sera“. L’insofferenza tocca direttamente le principali capitali dell’arte italiane: “Negli ultimi due anni sono stato a Firenze due volte per turismo, godermi la cultura e la storia, e io e mia moglie andiamo regolarmente a Venezia per qualche notte. Ma ormai ci muoviamo solo d’inverno: è difficile godersi le cose con calma quando si deve lottare per mezzo metro quadrato di spazio e tranquillità”.
Il legame con l’Italia tra mistero e gas lacrimogeni
Nonostante le storture turistiche, il rapporto con il pubblico italiano resta indissolubile fin dai primi anni Settanta. L’Italia si conferma storicamente la seconda patria del prog rock britannico, un successo che Anderson attribuisce, paradossalmente, anche alla barriera linguistica, convinto che il non comprendere esattamente i testi abbia aggiunto un alone di mistero alla loro musica. Il legame si è forgiato in un’epoca italiana segnata da profonde tensioni sociali. “Ricordo molto bene gli anni 70 in Italia: disordini politici e ribellione studentesca in cui ovviamente ho cercato di non farmi coinvolgere: ne ho avuto abbastanza di gas lacrimogeni e rivolte, grazie”, ha ricordato il frontman. “Ma la venerazione per la musica britannica e il fedele sostegno dei fan non sono diminuiti”.
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