“Il report Ue sullo Stato di diritto normalizza le minacce alla libertà di stampa. Commissione Ue debole, così è come gridare nel deserto”

È il rapporto con cui la commissione Ue fotografa lo stato di salute della democrazia nei Paesi membri, spesso al centro di scontri e dibattiti, ma quest’anno è passato quasi sotto silenzio. E non solo. Secondo le associazioni che monitorano la libertà di stampa in Europa, “normalizza le minacce per i giornalisti”: “Siamo scioccati dal tono utilizzato. Non corrisponde alla realtà”. A denunciarlo a ilfattoquotidiano.it è Ricardo Gutiérrez, segretario generale della Federazione europea dei cronisti che, dopo la pubblicazione del documento, ha deciso di prendere posizione pubblicamente: “Il testo sottovaluta gravemente il declino della libertà di stampa”, hanno scritto in una nota. Proprio i focus sui singoli Paesi, secondo l’organizzazione, sono quelli più “condizionati da pregiudizi” e si cita il caso dell’Italia: seppur fuorilegge perché non si è adeguata ancora né alla legge Ue sulla trasparenza delle emittenti pubbliche né a quella contro le querele temerarie, la commissione si limita a fotografare i ritardi. Ad esempio, si parla di “preoccupazioni” sull’indipendenza della Rai, ma prendendo atto di “aspetti della riforma che sembrano andare nella giusta direzione”: peccato però che quella riforma sia bloccata in Senato e ben lontana da una possibile intesa. Lo stesso vale sulla tutela per lo spionaggio dei giornalisti, sul quale ci si limita a dire che non sono stati fatti progressi. “Se la relazione”, ha detto il presidente del sindacato italiano dei cronisti Fnsi Vittorio Di Trapani, “è destinata a diventare una formalità burocratica e tediosa, senza alcuna reale capacità di influenzare gli Stati membri, che senso ha?”.

“Gli attacchi alla libertà di stampa non sono presi seriamente dalla commissione Ue”

Il rapporto è stato spesso motivo di tensioni con i governi che mal tollerano le critiche. L’ultimo caso in Italia risale al 2024, quando l’esecutivo Meloni venne bocciato su vari temi e Fdi accusò le opposizioni che chiedevano risposte di “patetiche strumentalizzazioni”. Sono passati due anni, molte delle osservazioni rimangono le stesse, ma, soprattutto per quanto riguarda la libertà di stampa, secondo gli osservatori sono “insufficienti”. “È come se quest’anno la commissione fosse più timida”, continua Gutierrez. “Ma non si può esserlo quando parliamo di stato del diritto, democrazia, trasparenza. Il report era atteso per il 15 luglio, ma è slittato di due giorni. Cosa è successo nel mentre? Non lo sappiamo. Forse ci sono state pressioni? C’è una mancanza di trasparenza. Forse dipende dal fatto che gli Stati oggi sono più forti e gli organismi intermedi più deboli. E il Parlamento, dominato dalla destra e dall’estrema destra, fa sì che la commissione sia più cauta nel prendere posizione. Non lo so. Le nostre critiche non sono politiche, noi parliamo per i diritti dei cittadini e valgono per tutti”. Secondo il segretario dell’organizzazione che rappresenta i giornalisti in Europa, la sensazione è che la crescita degli attacchi alla libertà di stampa “non sia presa seriamente”: “È un report soft, dimostra che abbiamo meno supporto dalle autorità nel momento in cui più ne avremmo più bisogno. Il sistema mediatico in Europa è in pericolo, mai siamo stati così attaccati da tutte le parti: intelligenza artificiale, concentrazione delle proprietà, fake news, dominio delle piattaforme digitali. Tutti i report di chi monitora lo stato dell’informazione segnalano degli allarmi, ma così è come gridare nel deserto. Non ci prendono sul serio”.

I report ignorati

Secondo la dichiarazione dell’European Federation of Journalist, quella del rapporto è una “visione edulcorata della realtà”. A supporto citano alcune delle analisi più recenti, a partire da quella dal consorzio Media Freedom Rapid Response. I ricercatori hanno denunciato, tra gennaio e dicembre 2025, “1481 violazioni della libertà di stampa nei confronti di 2377 giornalisti o soggetti legati ai media in 36 Paesi europei”. Il consorzio a marzo scorso è tornato in Italia per una nuova missione – nuovamente ignorato dal governo – e a metà luglio ha diffuso il report di analisi secondo cui il nostro Paese “prosegue su una traiettoria negativa, con un’ulteriore erosione della libertà dei media”. La Rai rimane una delle emergenze: oltre a non aver ancora provveduto alla nomina trasparente dei vertici, viene ricordato il blocco della Commissione di Vigilanza, rimasta paralizzata per circa due anni a causa del boicottaggio della maggioranza e ora azzerata dopo le dimissioni delle opposizioni. Il documento esprime una serie di preoccupazioni, a partire dalla vendita del gruppo Gedi che minaccia l’indipendenza del contesto mediatico fino ad arrivare al caso dello spyware Graphite, usato per “uno dei casi più gravi di sorveglianza di giornalisti e attivisti”, per cui chiedono un’indagine indipendente e maggiori garanzie contro la sorveglianza illegittima.

Grande attenzione viene riservata al ricorso alle querele temerarie (SLAPP) e alle azioni legali: dal 2022 – inizio del governo Meloni – ne sono state registrate 40 iniziate da attori politici, 13 da figure del mondo economico (tra cui viene segnalata quella di Cipriani contro il Fatto quotidiano la cui entità, scrivono “minaccia la sopravvivenza del giornalismo indipendente”). Si citano poi la mancata riforma della diffamazione, le difficoltà di accesso alle informazioni pubbliche, la crescente precarietà del lavoro giornalistico. Tutti questi aspetti non vengono approfonditi dalla relazione della commissione Ue. “E non ci si può più limitare a riconoscere che in dieci anni non ci sono stati progressi”, continua Gutiérrez, “ad un certo punto devi intraprendere azioni concrete”.

E non è solo l’Italia al centro delle preoccupazioni. Secondo il rapporto del Consiglio d’Europa, in un quarto dei Paesi analizzati i giornalisti sono stati spesso vittime di aggressioni fisiche durante le proteste e gli alert sulla sicurezza dei media nell’Ue sono aumentati di oltre il 17% tra il 2024 e il 2025. Il Media Pluralism Monitor ha rilevato inoltre che solo sei dei 31 Paesi esaminati garantiscono condizioni favorevoli a un giornalismo libero e indipendente. Anche il Comitato economico e sociale europeo ha chiesto interventi contro la crescente precarietà della professione. Di tutto questo, denunciano, non c’è traccia nel rapporto Ue sullo stato di diritto: “La commissione non fa osservazioni ai 22 Paesi che non hanno adottato iniziative per proteggere i giornalisti” né sollecita azioni contro la sorveglianza, ma si limita “a citare procedimenti giudiziari in corso in Grecia e in Italia” che non hanno dato risultati concreti. “Solo un mese fa”, chiude Gutierrez, “avevamo fatto un appello pubblico insieme ad altre 18 organizzazioni esprimendo il timore che la commissione Ue sarebbe stata debole. Ora scopriamo che lo è stata davvero”.

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