Investire sul nucleare è una scelta ideologica. E intanto si rallenta la crescita delle rinnovabili
Nella mia carriera, mi è capitato spesso di fare da consulente aziendale. Era un lavoro dove si tenevano riunioni in cui si discuteva di problemi tecnici e dei modi per risolverli. Non di rado, veniva fuori qualcuno che cercava di farsi bello proponendo qualche nuova e strabiliante tecnologia. Un mio collega aveva sviluppato una strategia efficace per contrastare questi voli di fantasia. Consisteva nel chiedere: “Dove si compra?”. Questo di solito bastava a far rientrare la discussione nell’ambito del mondo reale.
Ora, se il governo italiano avesse assunto il mio collega come consulente per il nuovo programma nucleare, si sarebbero trovati di fronte alla stessa domanda: “Dove si compra?”. I vari aggeggi proposti dal programma – nucleare di quarta generazione, Smr, fusione, e altre cose – sono tutti allo stadio di idee e di progetti. Non si comprano da nessuna parte. Sarebbe il caso di concentrarsi invece sulle cose che funzionano e che si possono comprare oggi, come l’energia rinnovabile.
D’altra parte, è probabile che il governo non avrebbe dato ascolto al mio collega. C’è una fondamentale differenza fra quello che succede in un’azienda e quello che succede in un governo. In un’azienda fare le scelte tecnologiche sbagliate vuol dire spesso trovarsi fuori mercato, andare in bancarotta e alla fine sparire, come succederebbe continuando a produrre regoli calcolatori o macchine da scrivere. Oppure, ai tempi nostri, insistere a produrre motori termici per autoveicoli.
Per un governo, invece, il problema è molto minore dato che gli errori dei politici sono automaticamente pagati dalle tasse dei cittadini, perlomeno finché non crolla tutto. Questo rende possibile impegnarsi su basi ideologiche in scelte sbagliate. Pensate, per esempio, al comunismo. Non c’è mai stata una dimostrazione scientifica che il comunismo fosse una buona idea. Eppure, per decenni intere nazioni si sono impegnate a cercare di farlo funzionare. Finché non sono andate in bancarotta, come è successo all’Unione Sovietica.
Ora, non è che l’energia nucleare sia esattamente la stessa cosa del comunismo. Ma c’è un punto in comune: la scelta si basa su considerazioni ideologiche, non tecniche. Si sa che, in politica, sono i fatti che si devono adeguare alle aspettative, non il contrario. Così, le critiche alle scelte nucleari del governo si infrangono contro una barriera ideologica insormontabile.
Per esempio, Luigi Moccia, ricercatore Cnr, ha scritto un ottimo e ben argomentato articolo tecnico che descrive i problemi dell’energia nucleare. Costa più cara, non c’è sicurezza negli approvvigionamenti di combustibile, c’è la questione delle scorie, problemi strategici, e molte altre cose. Ma l’articolo non ha avuto alcun effetto, come ci si poteva aspettare. Supponiamo che al tempo di Stalin qualcuno in Unione Sovietica avesse scritto un articolo ben argomentato che dimostrava che il comunismo non può funzionare. Vi potete immaginare cosa gli sarebbe successo. Per fortuna, non mi risulta che Moccia sia stato spedito in un gulag in Siberia, almeno per ora.
Così, il nostro governo va avanti con l’idea di affidarsi a delle tecnologie nucleari che, nella migliore delle ipotesi, arriveranno fra dieci anni, se mai arriveranno. Il risultato pratico è che stiamo rallentando la crescita delle rinnovabili e, nel frattempo, rimaniamo legati alle energie fossili. E rimangono tutti i disastrosi problemi del caso: da quello del clima a quello delle forniture.
A furia di scelte sbagliate, finiremo in bancarotta anche noi come l’Unione Sovietica? Speriamo di no, ma di fronte a certe scelte del governo, qualcuno, ogni tanto, dovrebbe domandare: “ma dove si compra questa roba?”.
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