L’altro vento che soffia da Est. A Belgrado come a Tirana, la Generazione Z in campo per la questione morale
C’è un altro vento che soffia dall’Est e porta una speranza che sembrava perduta: l’impegno politico della Generazione Z, i giovani e giovanissimi. A Belgrado da ormai due anni, a Tirana da qualche settimana imponenti manifestazioni, spesso governate, guidate, gestite da ragazze e ragazzi sotto i trent’anni, stanno gonfiando le piazze della Serbia e attraversando tutta l’Albania.
Al grido de “la corruzione uccide” i serbi hanno prima portato alle dimissioni il primo ministro Milos Vucevic e ora attendono che si arrenda anche il presidente della Repubblica, Aleksandar Vucic, populista di destra, filorusso, chiamato a rispondere della litania di episodi che hanno generato – secondo le accuse – un potere tangentista, piegato ai capitali arrembanti, indiscutibile segno di un rifiuto ad aprire le porte alla trasparenza, a rendere democratici i processi decisionali.
Tutto inizia l’11 novembre del 2014 quando a Novi Said, nel nord del Paese, collassa una pensilina della stazione ferroviaria appena realizzata. E’ sabbia invece che cemento, odore cattivo di un appalto taroccato. Collassando il tetto seppellisce sedici persone.
È da lì che parte la rivolta, è da Novi Said che la Generazione Z, i ragazzi che nell’occidente d’Europa sembrano distanti, totalmente disinteressati alle vicende politiche e lontani da forme organizzate di impegno civilede, iniziano a gonfiare le proprie fila e in settimane di mobilitazioni raggiungono un successo insperato. Il primo ministro Vucevic deve piegarsi alla protesta mentre resiste Vucic, il capo dello Stato, il responsabile numero uno di una condotta politica sempre obliqua, sporcata da ombre, dentro il cono di un potere respingente, clientelare, fuori da ogni idea che la democrazia debba essere una pratica condivisa e soprattutto aperta a quella fetta di popolazione, i giovani, più attenta al rigore della spesa pubblica, più severa nel condannare le tangenti, più forte nel dire: “La corruzione uccide”.
Più di un milione in piazza Slavija, la più grande di Belgrado, si ritrova in marzo, numero che raddoppia in maggio e spinge Vucic finalmente ad annunciare le dimissioni. Tra due settimane dovrebbe andare via, ma conta di ritornare in sella. La sua rinuncia sembra solo tattica, la sua idea è di fare in modo di organizzare il proprio trasbordo, unendo le presidenziali alle politiche, nell’ufficio del primo ministro ora vacante.
In Albania, pochi chilometri più a Sud, sembre dentro il confine dei Balcani, la marcia dei contestatori, giovani e non, ha preso avvio dalla svendita dell’isola dei fenicotteri alla società del genero di Trump. L’isola di Sazan, la meravigliosa terra di atterraggio di questi uccelli meravigliosi, dentro l’area protetta di VJosa Narta è stata data in appalto all’Affinity Partners, società statunitense di private equity controllata da Jared Kushner, il genero del tycoon.
Quattro miliardi di dollari di investimento, un resort da migliaia di posti letto, un’isola di cemento per farne, secondo le parole dell’ineffabile Edi Rama, il primo ministro socialista albanese, “le Maldive d’Europa”.
Come a Belgrado anche Tirana è scesa in piazza. Come la Serbia, anche l’Albania si è messa in marcia. Lo stesso tema: corruzione, mancanza di trasparenza, enorme potere discrezionale dell’apoparato politico, filiera clientelare e questione morale complessiva del compendio pubblico.
Come a Belgrado anche a Tirana la piazza ha prodotto vistosi cambiamenti. Si è dovuta dimettere la vice di Rama, la ministra delle Infrastrutture Belinda Balluku mentre Rama, nel solco del suo tradizionale vocabolario d’altura ha risposto ai manifestanti che lo chiamano “Il Padrino” con queste parole concesse al Financial Times: “Andate a fanculo”.
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