Le mille vite del ‘bandito’ Valter Lavitola, che dava del Lei a Berlusconi e ne trattò la compravendita dei senatori per far cadere Romano Prodi
Nelle sue mille vite Valter Lavitola ha fatto il politico, il giornalista, l’imprenditore, l’intermediario, il latitante, il detenuto, il ristoratore. Ha mangiato 23 milioni di euro di finanziamenti pubblici all’editoria, ha diretto quotidiani di scarso successo, si è candidato alle Europee del 2004 prendendo 54mila preferenze in Forza Italia, ha viaggiato su aerei di stato, ha trattato con parlamentari in nome e per conto di Silvio Berlusconi, di cui era amico ma al quale dava del Lei chiamandolo Dottore (come documentano alcune intercettazioni), poi gli avrebbe chiesto soldi assicurandogli il silenzio sui suoi segreti.
Il cognome Lavitola evoca la dimenticabile stagione berlusconiana dei dossier contro Fini – fu il faccendiere campano a scovare per primo ai Caraibi un documento che collegava l’appartamento di Montecarlo al cognato dell’ex leader di An, Giancarlo Tulliani – e quella ancora più dimenticabile delle escort del Cavaliere su cui indagava la Procura di Bari. Secondo i pm gli chiese 5 milioni di euro per non rivelare quel giro ma non li ottenne. Si è preso invece una condanna per tentata estorsione. Patteggiò tre anni e 8 mesi per la truffa sui finanziamenti pubblici. Alla fine, tra arresti e condanne definitive, si è fatto un bel po’ di carcere. Si era reinventato una vita come titolare di una ristopescheria.
Due anni fa in un’intervista a Repubblica ammise, candido, di essere stato “un bandito, sì, questo dicevano di me, ed era vero” e ribadì – ma non poteva fare altrimenti – di essere stato insieme a Sergio De Gregorio l’organizzatore della compravendita dei senatori per far cadere nel 2008 il governo di Romano Prodi, e riconsegnare il paese a Berlusconi. C’è una sentenza definitiva che lo ha stabilito, sia pur con la prescrizione in appello del reato di corruzione per il quale era stato condannato a tre anni insieme al leader di Forza Italia. Memorabile in quella intervista la risposta alla domanda sull’aver fatto “molte cose di cui oggi dice di vergognarsi”. Cose compiute, parole sue, per “vanità e smania di protagonismo. Per un periodo ho sofferto di delirio di onnipotenza”. Ora le nuove, inquietanti, accuse di essere il mandante dell’autobomba contro Sigfrido Ranucci. E se l’ipotesi avesse un fondamento, verrebbe facile una domanda: c’è un altro mandante dietro Lavitola?
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