Lo Stabilicum è una forzatura del principio proporzionale: lo chiamerei piuttosto ‘Ducellum’
di Patrizia Cardellini
Lo “Stabilicum” viene presentato come una legge di impianto proporzionale con un correttivo maggioritario. Ma qui sta il punto: una legge che distribuisce i seggi in proporzione ai voti e, allo stesso tempo, regala un premio fisso di maggioranza alla coalizione vincente è una forzatura del principio proporzionale, non il suo compimento. In un vero sistema proporzionale il baricentro sono le singole liste, non le coalizioni costruite a tavolino solo per superare la soglia del premio.
La retorica ufficiale ha un mantra: “stabilità”. Per giustificare il premio, si insiste sul fatto che il sistema resterebbe “proporzionale” e che la rappresentanza sarebbe garantita. Ma la proporzionalità, in questa riforma, serve soprattutto a misurare i rapporti di forza interni alla coalizione che prende il premio, così da poter poi fare il consueto mercato delle vacche: provvedimenti scambiati tra partiti in base agli equilibri interni, non in base ai bisogni dei cittadini. Meloni sta costruendo una gabbia intorno ai suoi alleati per farsi consegnare il potere in blocco. Fratelli d’Italia ha tre o quattro volte i voti dei principali alleati, eppure questi sembrano non accorgersi della trappola in cui si stanno infilando.
Guardiamo i numeri in concreto. L’ultima versione dello Stabilicum prevede una soglia del 42% dei voti per ottenere il premio e salire automaticamente al 55% dei seggi alla Camera e a una quota analoga al Senato. Il sondaggio SWG per La7 del 29 giugno fotografa una situazione molto vicina alla parità: la coalizione di centrodestra (FdI, FI, Lega, Noi Moderati e FN) è al 46,7%; quella di centrosinistra (Pd, M5S, Avs, IV, +Europa) al 45,4%; e l’ego centro Azione è al 3,5%.
Se mettiamo insieme i partiti di governo, siamo intorno al 46-47%; l’opposizione è poco sotto, intorno al 45-46%. Se la legge fosse davvero proporzionale, il Parlamento rispecchierebbe questa fotografia: due blocchi quasi equivalenti, e una lista autonoma intorno al 3%. Con lo Stabilicum, invece, la coalizione che supera il 42% si prende il 55% dei seggi: significa che con circa il 46-47% dei voti la maggioranza di governo trasformerebbe quei consensi in oltre la metà assoluta dei parlamentari. Paradossale!
E se teniamo conto gli attuali tassi di astensione di circa il 50%, con gli attuali sondaggi il governo del Paese verrebbe deciso dal 23% degli elettori, poco più di un quinto degli iscritti alle liste elettorali.
C’è poi un’ulteriore anomalia per il Senato: i voti vengono conteggiati a livello nazionale e poi “calati” nelle circoscrizioni: potrà accadere che chi risulta vincitore in una regione non risulti poi eletto semplicemente perché appartiene alla coalizione arrivata seconda.
È chiaro che, su queste basi, non tutti i voti conteranno allo stesso modo, in spregio ai principi costituzionali. La coalizione perdente, formata da un numero di elettori pressoché identico a quella vincente, non sarà rappresentata in Parlamento secondo i voti effettivamente ottenuti.
La giustificazione politica offerta è la necessità di dare stabilità ai governi. Ma la menzogna si smaschera da sola: la proposta viene da un governo che è già tra i più longevi della storia repubblicana. Meloni sa che con il Rosatellum, senza l’appoggio politico avuto da Letta nel 2022, stavolta non vincerebbe. Il problema per lei e la sua maggioranza è mantenere il potere, e lo si cerca di fare con escamotage elettorali.
La stabilità ha valore, ma non è un principio previsto esplicitamente dalla Costituzione. La rappresentanza invece sì: è uno dei valori fondanti della Repubblica. La stabilità è preziosa solo se accompagnata dalla rappresentanza. Quella che stanno per approvare, più che uno “Stabilicum”, rischia di essere un “Ducellum”: la stabilità è così assicurata, ma a scapito di chi viene governato.
Resistere adesso è un dovere; rimandare vuol dire cedere il futuro.
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