L’Ulisse di Nolan: non più eroe altero e dominatore, ma padre che chiede perdono
di Carmelo Zaccaria
L’Odissea rappresenta il fondamento spirituale e culturale dell’Occidente, spiega le nostre radici, restituisce la nostra immagine, trasmette l’evoluzione dei nostri principi, delle nostre credenze. L’Odissea simboleggia il Vangelo laico su cui poggia la civiltà occidentale. Nell’omonimo film realizzato dal regista Christopher Nolan sono ripresi i tratti simbolici che hanno formato la nostra identità: il viaggio, l’esplorazione, il coraggio, l’intraprendenza. Nel ritorno a Itaca, nella terra dei padri, ritroviamo il figlio Telemaco che va alla ricerca del padre, con la speranza di poterlo finalmente abbracciare, per colmare un vuoto, un’assenza, che lo accompagna dalla nascita. L’Ulisse di Nolan però non si presenta più come padre altero e dominatore, pieno di sé. È un uomo che, dismesso la corazza dell’eroe, del guerriero coriaceo e astuto, avanza invece con lo sguardo afflitto del perdente, disfatto e incerto, costretto a fare i conti con la propria coscienza, schiacciato dall’incubo di non aver saputo dare il buon esempio, colpevole persino di aver escogitato l’espediente del cavallo allo scopo di incenerire il prossimo, solo per rincorrere un disegno divino.
Ulisse è un uomo accasciato che diffida di se stesso e del proprio destino, parecchio diverso da quella figura indomita che abbiamo imparato a conoscere al liceo, l’eroe audace e scaltro, marito premuroso e padre encomiabile, il cui nome, solo a pronunciarlo, evocava splendore e gratitudine nell’animo delle genti. Qui sopraggiunge un uomo desolato e smarrito, frustrato dalla quantità di violenza perpetuata e dalla delusione per non aver saputo mantenere gli impegni con i suoi compagni e con la sua famiglia. Egli non ha perso ancora del tutto la sua forza, ma ha abdicato definitivamente alla figura mitica di padre-eroe, del prode valoroso, del mentore spirituale.
Non c’è profumo di trionfo nel suo ritorno a Itaca, ma il tanfo pungente del fallimento. Non resta al risoluto combattente di tante battaglie di liberarsi finalmente dalla fisionomia del reduce, di affrancarsi dai fantasmi che tormentano il proprio spirito, di scacciare da sé la ferocia dell’hybris, riconoscendo per la prima volta la sua limitatezza, i suoi errori, mettendo a nudo le proprie ferite. Da Troia è tornato un guerriero sofferente, lacerato dai rimorsi e tuttavia in grado di recuperare la dignità di uomo, la presenza di padre.
E dunque l’epica omerica non è più rappresentata dal ritorno dell’astuto eroe, ma dalla sua capacità di riconoscere i suoi sbagli, rivedere il suo tornaconto egoistico, mostrare la sua fragilità di uomo, le sue mancanze di padre. La parte finale del film ci mostra Ulisse mentre lotta disperatamente contro i Proci. Mentre sta per soccombere, circondato dai pretendenti, Telemaco lascia scivolare dall’alto la spada che gli permette di salvarsi e di finire l’opera. Il figlio dunque, solo ora, prende consapevolezza della presenza paterna restituendogli la vita, una vita monda del peccato e dei sensi di colpa.
Lo scopritore di mondi si avvia verso una rotta inedita, ripulita di superbia, che non ha più bisogno del conforto degli dei, ma prende nutrimento dalle cose essenziali dell’esistenza, prima ignorate o trascurate. La prova di questo cambiamento sta nella connessione emotiva con il figlio Telemaco a cui affida, come eredità simbolica, le sorti del regno di Itaca, prima di mettersi in viaggio con Penelope. Non è questo il compito dei padri? Farsi da parte per far crescere i propri figli e dare continuità al tempo. La storia andata in frantumi sulle mura di Troia trova nuove tracce di vita nella memoria paterna.
Il ritorno di Ulisse non si deve considerare la fine della storia, ma l’inizio di un nuovo inizio, l’avvistamento di un nuovo orizzonte che si manifesta dopo che l’eroe, prendendosi cura delle proprie sconfitte e delle proprie lacerazioni interiori, si sente finalmente rincuorato, come risorto. Ma bisogna cambiare il padre per far proseguire il tempo e restituirgli senso.
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