Madri e lavoro, lo studio che smonta un pregiudizio lungo quarant’anni: “Nessun ostacolo allo sviluppo dei figli”
Per quarant’anni il lavoro delle madri è stato al centro di un dibattito che ha attraversato politica, economia e società. In particolare, il suo rapporto con la crescita e la cura dei figli. Ora uno studio rivela che, nella realtà, il lavoro delle madri non compromette affatto lo sviluppo dei figli. La ricerca, anzi la revisione, è stata pubblicata sulla rivista Science da Maria Lo Bue dell’Università di Trieste, Elizaveta Perova della World Bank e Sarah Reynolds dell’Università della California, Berkeley, e ha analizzato oltre quarant’anni di ricerche internazionali dedicate al rapporto tra occupazione materna e sviluppo infantile.
Lo studio affronta una questione che da decenni alimenta il dibattito pubblico e politico in molti Paesi: quale impatto ha il lavoro delle madri su apprendimento, risultati scolastici, salute, sviluppo cognitivo e benessere socio-emotivo di bambini e adolescenti. Per rispondere a questa domanda, le autrici hanno esaminato oltre mille studi provenienti da economia, psicologia, medicina e altre scienze sociali. Da questo ampio insieme sono stati selezionati 61 lavori scientifici pubblicati tra il 1980 e il 2023 che utilizzano metodologie statistiche in grado di identificare in modo credibile relazioni causali tra occupazione materna e sviluppo dei figli.
L’analisi ha preso in considerazione complessivamente 884 stime statistiche relative agli effetti del lavoro materno sui figli. I risultati mostrano che, dopo le correzioni per test multipli, oggi considerate una best practice nella ricerca scientifica, nell’87% dei casi gli effetti osservati non risultano statisticamente differenti da zero. Inoltre, nella maggior parte delle analisi in cui vengono rilevati effetti, questi risultano di entità molto contenuta. La revisione evidenzia anche che non emergono differenze sistematiche legate all’età dei bambini. Gli effetti risultano prevalentemente nulli sia nella prima infanzia sia durante gli anni scolastici e l’adolescenza.
Dalle analisi emerge però anche un elemento rilevante. Nei contesti socioeconomici più fragili, l’occupazione materna tende più frequentemente ad avere effetti positivi, in particolare sugli esiti cognitivi ed educativi dei figli. Benefici maggiori emergono inoltre quando il lavoro è stabile, flessibile e compatibile con i tempi della cura familiare.
“Questo studio mostra come il dibattito sul lavoro materno e sul benessere dei figli debba essere affrontato superando stereotipi e semplificazioni”, afferma Maria Lo Bue. “Le evidenze scientifiche, raccolte in oltre quarant’anni di ricerca, indicano che il lavoro delle madri, soprattutto in presenza di occupazioni di qualità e adeguati sistemi di supporto, non rappresenta un ostacolo allo sviluppo dei figli e può anzi contribuire a migliorare le opportunità delle famiglie più fragili. È fondamentale continuare a investire in politiche che favoriscano conciliazione, inclusione e pari opportunità”. Secondo la ricercatrice, il messaggio è particolarmente rilevante anche per l’Italia, che continua a registrare uno dei più bassi tassi di occupazione femminile in Europa, soprattutto tra le donne con figli piccoli.
“Il tema centrale non è se le madri lavorino oppure no”, osserva Lo Bue. “La ricerca suggerisce che la questione fondamentale riguarda la qualità del lavoro, la disponibilità di servizi e le condizioni che permettono alle famiglie di conciliare occupazione e cura”. Lo studio conferma inoltre il ruolo dell’Università di Trieste nelle reti di ricerca internazionali dedicate all’analisi dei grandi temi economici e sociali contemporanei, attraverso collaborazioni con istituzioni come la World Bank e l’Università della California, Berkeley, e con attività orientate alla produzione di evidenze scientifiche utili al dibattito pubblico e alla definizione delle politiche sociali e del lavoro.
Emanuele Perugini
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