Maldini ha commesso gravi errori. Ma su una cosa ha ragione: “Questi non vogliono il cambiamento”

Questi non vogliono il cambiamento“. Se davvero Paolo Maldini ha pronunciato questa frase prima di lasciare la Figc, come racconta il Corriere della Sera, è difficile dargli torto. Eppure sarebbe altrettanto sbagliato trasformarlo in un martire. Perché in questa vicenda Maldini ha commesso errori evidenti. Il principale, enorme, è stato di comunicazione.

Andrea Pirlo era una candidatura troppo estrema per essere il primo mattone della rifondazione della Nazionale. Non perché fosse necessariamente destinato a fallire, ma perché era inevitabile che il dibattito si concentrasse sulla sua inesperienza, sul suo curriculum e ovviamente sul pretesto perfetto: il contratto pubblicitario con un bookmaker russo. Nelle ultime ore era spuntato anche il nome di Thiago Motta: un altro profilo che avrebbe rappresentato una rottura radicale. Se l’obiettivo era cambiare davvero, forse serviva preparare il terreno. Invece Maldini ha voluto quasi provocare e ha finito per offrire ai suoi avversari il bersaglio perfetto.

Ma sarebbe un errore fermarsi qui. Perché il polverone mediatico che si è abbattuto su Pirlo e sullo stesso Maldini racconta qualcosa che va oltre i limiti mostrati dai due protagonisti di questa farsesca vicenda. L’ipocrisia con cui Maldini è stato prima dipinto come il miglior dirigente al mondo e poi scaricato con articoli zeppi di livore e veleno, racconta un calcio che continua a reagire con diffidenza a qualsiasi tentativo di uscire dagli schemi. Alla fine, infatti, il presidente Malagò ha preferito tornare al punto di partenza. Le alternative che circolano sono quelle che il sistema conosce e considera rassicuranti. Quelle che sono figlie dell’amichettismo e del potere, molto più della scelta di Pirlo. Quelle che verranno applaudite e che gli ridaranno l’amato consenso.

Roberto Mancini, che aveva lasciato la Nazionale per accettare la ricchissima proposta dell’Arabia Saudita, oggi verrebbe richiamato grazie ai suoi storici rapporti con Giovanni Malagò e con il circolo Aniene. L’alternativa è Antonio Conte, il nome che vogliono i padroni della Serie A (infatti viene spinto spudoratamente dalla Gazzetta dello Sport), nonostante anche lui abbia già salutato la Nazionale sbattendo la porta dopo un Europeo mediocre, quando il suo compito avrebbe dovuto essere quello di avviare una ricostruzione azzurra. Perché dovrebbe riuscirci ora?

Sono comunque entrambi due grandi allenatori. Ma il punto non è questo. Il punto è che la discussione sembra ridursi sempre alla ricerca dell’uomo della provvidenza. Come se bastasse un commissario tecnico vincente per risolvere problemi che riguardano il movimento intero. L’illusione provocata dalla vittoria degli Europei non ha insegnato niente?

È una tentazione ricorrente del calcio italiano: affidarsi al nome forte, sperare che qualche vittoria rimetta tutto a posto e permetta di rinviare ancora una volta le riforme vere. Quelle che riguardano i vivai, i campionati, gli spazi per i giovani italiani, la governance del sistema. Quelle che quasi tutti evocano quando si perde e che quasi nessuno ha davvero interesse a realizzare quando si tratta di cambiare equilibri consolidati. Pirlo probabilmente non era la scelta giusta. Maldini probabilmente ha gestito male la partita più importante, quella della comunicazione. Ma se il risultato finale è l’ennesimo ritorno all’usato sicuro, allora la frase attribuita all’ex capitano del Milan rischia di trasformarsi nell’unica eredità di questa vicenda.

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