Morto Olaf Tufte, gigante del canottaggio mondiale che cominciò a remare per migliorare nel motocross. Il dominio nel singolo e l’impresa delle 7 Olimpiadi

Come prima parola del profilo di Instagram aveva scelto farmer, contadino. Raccontano che Olaf Tufte parlasse di raccolti nei campi e di campi di regata con lo stesso coinvolgimento, che organizzasse gli allenamenti in barca in base agli impegni orari dovuti alle coltivazioni. Quando arrivavano le Olimpiadi e il gioco si faceva duro, per portare avanti il ritmo della fattoria c’erano il papà o la moglie Aina. “Ho due famiglie – aveva detto una volta -: una è la famiglia Tufte, ma la mia famiglia più grande è quella del canottaggio. Se remi, sei un canottiere e fai parte della mia famiglia”. In quella fattoria che non aveva mai lasciato Tufte è stato trovato senza vita, pochi mesi dopo aver compiuto 50 anni. E ora la sua famiglia grande, quella che con lui ha condiviso i campi di regata di tutto il mondo, piange uno dei suoi atleti più valorosi, mentre la Norvegia celebra sgomenta un eroe nazionale a partire dal cordoglio del capo del governo. “Era un tipo fantastico”, scrive sui social addolorato James Cracknell, fenomeno della squadra britannica degli anni Duemila. Posta una foto di Tufte che voga su un remoergometro sommerso da cumuli di neve, probabilmente intorno a casa: “Il canottaggio è uno sport duro e così lui spesso sceglieva di farlo diventare ancora un po’ più duro“.

“Era una persona che accoglieva tutti, univa tutti ed era la dimostrazione che la grandezza si misura ben oltre le medaglie”, aggiungono i fratelli Sinkovic, coppia formidabile della nazionale croata. “Sei stato un gigante e sono cresciuto con le tue gesta, mi sono sentito tra i grandi di questo sport quando da idolo sei diventato mio rivale”, scrive l’azzurro Luca Rambaldi, argento a Parigi, che ricorda i messaggi ricevuti da Tufte che lo hanno spinto a continuare a remare nei periodi più neri della vita.

Tufte era diventato una celebrità e un punto di riferimento nella comunità dei canottieri grazie a questa sua umanità che tutti ora gli riconoscono affranti. Insieme, la sua sbalorditiva longevità atletica, la potenza granitica che trasmetteva in acqua, la resistenza da studio di laboratorio che l’hanno portato a partecipare alla monumentale quantità di sette edizioni dei Giochi Olimpici, da Atlanta 1996 a Tokyo 2020: in quest’ultimo caso – per i noti motivi – dovette aspettare perfino un anno in più e si presentò al pontile di partenza a 45 anni, pronto all’ennesima gara in uno degli sport più estenuanti. Aveva già vinto per due volte, ad Atene e a Pechino, nel singolo. In uno sport misto aerobico-anaerobico (cioè che ha la malvagità di bruciare sia i polmoni che i muscoli), il singolo è la specialità che più delle altre abbandona l’atleta da solo con le proprie forze e le proprie responsabilità, privo di alibi e armature, di fronte alla schiettezza di una disciplina in cui una decisione del giudice di gara non conta e la sfortuna è quasi a zero. Tufte è stato uno dei più grandi della storia in questa barca a posto unico: solitario contro i 2mila metri da risalire fino al traguardo. Un maestro della vogata di coppia, cioè con un remo per ciascuna mano: al dominio dei Giochi del 2004 e 2008 aggiunse l’argento nel 2000 a Sydney e il bronzo nel 2016 a Rio (a 40 anni!) sul due di coppia.

Sembrava fabbricato per il canottaggio: era alto 1,93, oltre 90 chili di muscoli. Aveva cominciato a vogare perché voleva diventare più forte per essere in grado di tenere più saldo il manubrio durante le gare di motocross, di cui era patito. Poi passò piano piano dal fango all’acqua. Se gli Dei del remo come Steve Redgrave e Matthew Pinsent dominarono il mondo partendo dal suo ombelico (Londra, il Tamigi, i college, una storia secolare), Tufte tentò la scalata all’Olimpo partendo da una città piccolina nel Fiordo di Oslo, dove si trova la società per cui è sempre rimasto tesserato, l’Horten Roklubb. A 18 anni aveva già addosso il body rosso e blu della Norvegia, a 19 era già vicecampione d’Europa Under 23, a 20 era sul campo di regata di Atlanta.

Ci volle un po’, in realtà, per le prime soddisfazioni fuori dalla Norvegia e di sicuro la svolta arrivò quando dalla vogatadi punta” (a un remo solo) passò a quella di coppia (con due remi). Prima con il doppio insieme a Fredrik Bekken ai Mondiali e ai Giochi di Sydney. Bekken però si ritirò dallo sport e Tufte decise di continuare a remare allo stesso modo, ma da solo: in singolo. Su quello skiff arrivò il primo titolo mondiale, all’Idroscalo, a Milano, infine il primo oro olimpico ad Atene, abbattendo il totem di Jueri Jaanson, padre padrone del singolo per una buona parte degli anni Novanta. Per un paradosso che sa molto di Olimpiadi e molto di canottaggio, Tufte non vinse mai un Mondiale negli anni successivi eppure tornò a dominare la specialità a Pechino: un record, non c’era riuscito nessuno dai tempi del tedesco Thomas Lange (Seul e Barcellona).

A Londra 2012 la luce scandinava sulla prua di Tufte sembrava spegnersi piano piano verso un buio duraturo se non definitivo. Una malattia al fegato lo costringe a fermarsi anche per riservare anima e pensiero alle cure necessarie. Eppure torna su un campo di regata ai Mondiali del 2015 e si ritrova a combattere in acqua contro i suoi rivali di sempre, come il ceco Ondřej Synek o l’australiano Mahè Drysdale. E’ grazie al compagno di club Kjetil Borch (14 anni più giovane) che trova una seconda vita sportiva: insieme arrivano al bronzo in Brasile. Quando nel 2019 sale su un quattro di coppia insieme a tre ragazzini che hanno quasi 20 anni di meno, li trascina alla conquista del pass per Tokyo. E in Giappone andrà anche lui, anche se il risultato finale sarà un po’ più modesto del solito.

Per una generazione intera di canottieri di tutto il mondo la fine della sua carriera, il fatto che Tufte non compaia più in qualche griglia di partenza è la fine di un’era, un’autentica cesura con il passato. Quell’anno, nel 2021, la World Rowing assegna a Tufte la medaglia Thomas Keller, l’onorificenza massima che viene conferita a chi lascia un segno indelebile nella storia dello sport del remo. “Se si punta alle Olimpiadi – disse Tufte una volta, come ricorda il portale row-360.com – non si tratta di ‘motivazione’. Si tratta di impegnarsi a fondo, che piova, che si sia stanchi o che gli amici vadano al cinema senza di te. Se ti sei prefissato un obiettivo, si tratta di fare tutto il necessario per raggiungerlo“.

Questa disciplina sfiancante pretende molto e restituisce altrettanto ma la cosa certa è che non si tratta mai di soldi. Oltre al contadino nella sua Tufte gård, dopo aver finalmente smesso di remare, aveva cominciato a fare anche il vigile del fuoco e gestiva una linea di abbigliamento sportivo. Il presidente del Comitato Olimpico norvegese Zaineb Al-Samarai sottolinea oggi quanto Tufte abbia ispirato i giovani atleti durante e dopo la sua carriera. Lui una volta scelse questa come risposta ideale: “Il canottaggio è il motivo per cui sono diventato la persona che sono”.

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