“Per liberare l’imprenditrice milanese lo Stato fece accordi con il clan Barbaro”: le verità dall’ex pentito sul rapimento di Alessandra Sgarella a San Siro
Succede a volte che dalle mille vicende del Tribunale di Milano, ne esca una che lascia senza fiato, capace di riscrivere, nel silenzio di un processo ben poco mediatico, la storia di questo Paese, di mettere sul tavolo, trent’anni dopo i fatti, quelle verità nascoste che in molti, anche all’interno dello Stato, hanno voluto coprire perché troppo imbarazzanti davanti all’opinione pubblica. Che lo Stato debba scendere a patti con boss sanguinari è una verità complicata da spiegare. E’ il senso più profondo della Trattativa. Questa storia così unisce le necessità di giustizia con quelle della mafia che, grazie all’ok degli stessi giudici, ottiene sconti di pena con condanne che dai 24 anni del primo grado scendono a 8 in Appello, per quei capi della ‘ndrangheta di Platì al cui capezzale nel 1998 si inginocchiò lo Stato per avere liberata l’imprenditrice Alessandra Sgarella, sequestrata da una banda di calabresi l’11 dicembre 1997 in via Caprilli, zona San Siro a Milano. Dopo mesi d’indagine, e di arresti residuali, Criminalpol e Procura di Milano avevano smarrito ogni pista credibile. La signora Sgarella rimaneva sotto sequestro in Aspromonte. Iniziò così la Trattativa, condotta dall’ex poliziotto Carmine Gallo, arrestato nel 2024 per l’inchiesta Equalize e deceduto il 9 marzo 2025. Ma quella di Gallo non fu una iniziativa autonoma, tutto, è il dato che emerge, fu approvato dai magistrati di Milano.
Di questo si è discusso il primo luglio scorso all’ottava sezione del Tribunale milanese. In calendario l’udienza del processo per una tentata estorsione con metodo mafioso. Tranche della maxi inchiesta sugli spioni della società Equalize coordinata dal pm Francesco De Tommasi. Davanti al microfono sta l’imputato Annunziatino Romeo, già uomo della ‘ndrangheta, poi confidente, poi pentito e ora di nuovo alla sbarra per un reato aggravato dall’aver favorito la cosca Barbaro di Platì, quella mafia potente con la quale, dirà Romeo nel 1996 ai magistrati, l’ex pentito era andato a braccetto per anni, salvo poi oggi ritrattare tutto, negando di aver parlato del boss Rosario Barbaro, di esserne stato suo factotum. Del resto, oggi Romeo, senza più la protezione che si deve a un collaboratore, è imputato assieme a quelli che la Procura definisce soggetti di vertice della famiglia Barbaro.
Così a pagina 116 del verbale d’aula, in controesame l’avvocato Antonella Augimeri, difensore dell’hacker Samuele Sam Calamucci e legale tra i più esperti di indagini sulla ‘ndrangheta, chiede dei rapporti tra Romeo e Gallo, di quel “rapporto amicale” nato attorno al 1996, dopo la collaborazione di Annunziatino Romeo che conferma: “Il rapporto continua fino al giorno che non è stato arrestato, fino al giorno che non è deceduto”. Quindi si torna al 1997, quando, dice Romeo, “collaboro alla liberazione della signora (Sgarella, ndr)”. Anzi “avevamo iniziato prima ancora con un altro sequestro di Brescia, Soffiantini. Perché gli (a Gallo, ndr) avevano detto che erano stati i calabresi a sequestrarlo, poi invece risultò che non erano i calabresi e quindi (…). Poco tempo dopo avvenne il sequestro della signora”. Romeo la chiama così Alessandra Sgarella, la “signora”. Un’eccezionale conferma a una intercettazione del novembre 2023, quando ai tavolini del bar Cimmino, parla della “signora” con il coimputato Pasquale Barbaro, figlio di Rosario Barbaro, quest’ultimo recentemente condannato in appello perché ritenuto a capo della cosca di Platì. Ci torneremo. Ora restiamo in aula.
La domanda a Romeo è secca. L’avvocato Augimeri: “In cosa consiste la sua attività di aiuto per la liberazione (…) e per quanto è a sua conoscenza se vi furono accordi fra Gallo e ulteriori imputati di altri processi che poi hanno avuto un considerevole sconto di pena nel momento in cui hanno coadiuvato lei e Gallo per la liberazione”. Il racconto di Romeo è interno a quei fatti e per la prima volta in un’aula di giustizia svela la trattativa e i favori dello Stato alla ‘ndrangheta. Inizia così: “Va bene. Io le dico quello che so” e anche degli “accordi” se pur “non ero in quegli uffici”, quando “gli accordi” furono siglati. “Io mi sono mosso immediatamente, ho chiamato qualche numero in Calabria, con persone che ritenevo potessero darmi un aiuto, tra questi anche Francesco Barbaro oggi coimputato, il quale mi disse subito: ‘Non so e non mi interessano queste cose’”.
Quindi si rivolge a uno capi della cosca, uno di quelli finiti condannati per l’inchiesta milanese Nord-Sud nata grazie alle dichiarazioni del super pentito Saverio Morabito, cugino dello stesso Romeo. “Chiamai uno dei numeri di una delle persone che avevano chiesto aiuto sul processo Nord Sud (…). Aiuto giudiziario (…) ma non lo avevano chiesto al dottor (…) l’avevano chiesto a noi collaboratori e alla Polizia (…). Quindi chiamai uno di questi numeri che aveva chiesto aiuto a sua volta e questo si rese disponibile (…). Si chiama Giuseppe Barbaro, si chiamava, non c’è più. U Nigru”, e cioè uno dei capi della cosca discendente diretto del capo storico Francesco Barbaro detto U Castanu. Uno di quei capi che lo stesso Romeo nel 1996 davanti al pm Roberto Pennisi dice di conoscere e al quale rivela di essere collegato.
Così Gallo “andò a trovarlo in carcere (…). Partì una trattativa. La mediazione ci fu. Questo Barbaro sapeva più cose di altri e fece una mediazione affinché la signora fosse liberata”. Quindi l’avvocato Augimeri chiede se Romeo è a conoscenza degli sconti di pena ricevuti dai Barbaro. Romeo: “Carmine mi disse…”. E qui viene interrotto dal tribunale che ammonisce: “Qui stiamo parlando dei Giudici, stiamo attenti”. Insomma la trattativa ci fu, i Barbaro, non coinvolti nel sequestro, fecero liberare Alessandra Sgarella (era il 4 settembre 1998), in cambio ottennero sconti di pena in Appello a Milano. Ma dei giudici, secondo la Corte, non si può parlare.
Della “signora” Annunziatino Romeo sa molto. Come dicevamo, ne parla con Pasquale Barbaro intercettato nel novembre 2023, lasciando incise nei brogliacci altre scomode verità. Sul denaro del riscatto, molto più dei 5 miliardi ipotizzati: “Quando è stato il fatto della signora (…) 45 miliardi sono scesi di qua (…). Li ha portati giù il nano (un avvocato della cosca Barbaro, ndr), non è che dici ce lo ha raccontato uno chi sa come, li ha scesi lui”. La spartizione di quei soldi: “Se li sono divisi questi di Peppe (’u Nigru, ndr) e quelli del Serpente, perché loro si sono messi d’accordo per dividerli là dietro (…) sono scesi 45 miliardi”. Il Serpente, soggetto di quel mondo di mezzo che è lo Stato deviato, vicino a un investigatore che lavorò al sequestro e che oggi sta “laggiù nei Servizi a Reggio Calabria”. Trent’anni dopo la verità è svelata con buona pace dello Stato.
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