Pete Hegseth vuole militari ‘ad alto testosterone’: l’opposto di come si è evoluto l’uomo

di Nicolantonio Agostini

Che l’iniziativa provenga dal Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti la dice già lunga. Il nome ripristinato dall’amministrazione Trump non è un dettaglio lessicale: esprime una precisa visione del mondo, nella quale la forza coincide con la capacità di combattere, la virilità con il potere e l’aggressività con l’efficienza.

Il segretario Pete Hegseth ha annunciato uno screening annuale dei livelli di testosterone per tutti i militari dai trent’anni in su, facoltativo per i più giovani. Chi presenterà valori ritenuti insufficienti potrà ricorrere a una terapia sostitutiva. L’obiettivo dichiarato è permettere ai soldati di operare «al massimo» e mantenere l’esercito sulla frontiera della letalità.

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Naturalmente, diagnosticare e curare una reale carenza ormonale può essere utile. Ma qui il problema non è soltanto sanitario. È il significato politico e culturale attribuito al testosterone, trasformato nel carburante biologico del combattente ideale. Non a caso Hegseth ha presentato l’iniziativa come quella di un Dipartimento della Guerra “ad alto testosterone”.

Questa retorica rovescia la storia evolutiva della nostra specie. Il successo di Homo sapiens non è derivato dall’affermazione incontrastata dei maschi più aggressivi. Per centinaia di migliaia di anni, le comunità umane hanno progressivamente ridotto l’aggressività reattiva, impedendo agli individui con comportamenti dominanti e coercitivi di assumere il controllo attraverso coalizioni, ostracismo e, nei casi estremi, eliminazione.

Fu questa capacità di contenere i prepotenti, più che la loro forza fisica, a rendere possibile una convivenza relativamente egualitaria, la cooperazione tra individui non imparentati e lo sviluppo di forme sempre più complesse di organizzazione sociale. La civiltà è nata dal controllo dell’aggressività, non dalla sua celebrazione.

Oggi, invece, assistiamo a un’inquietante inversione. I profili che per gran parte della nostra storia evolutiva sarebbero stati contenuti vengono premiati dai sistemi politici e mediatici. Leader impulsivi, narcisisti e dominanti conquistano il potere, mentre l’empatia, la prudenza e la capacità di mediazione vengono liquidate come debolezze. Il culto del testosterone promosso da Hegseth appartiene pienamente a questa regressione. Riduce la complessità umana a una caricatura biologica e ripropone il mito del “maschio alfa”, come se il soldato migliore fosse necessariamente quello più virile e aggressivo. Ma il testosterone non è un interruttore della forza né dell’aggressività: i suoi effetti dipendono dall’interazione con il cervello, l’ambiente sociale, la cultura e le istituzioni.

Il paradosso è drammatico. Dopo centinaia di migliaia di anni trascorsi a limitare il potere degli individui dominanti e coercitivi, abbiamo consegnato a uomini che esaltano la forza e la sopraffazione il controllo di eserciti e arsenali capaci di annientare l’umanità.

La vera forza non consiste nell’avere più testosterone, ma nel saper controllare i propri impulsi. Eppure il Dipartimento della Guerra sembra volerci riportare proprio verso quel passato dal quale l’evoluzione ci aveva faticosamente allontanati.

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