Pirlo testimonial, l’azzardo non va bene solo quando è russo?

di Gerardo Ongaro

Come al solito, eventi clamorosi come il caso Pirlo vengono usati dai potenti a scopi strumentali, poco edificanti, e dal pubblico come occasione di diatribe in bianco e nero, come se la vita non fosse bella anche perché complessa, piena di misteri.

Un tempo, molte discussioni vivaci, e per anche per questo interessanti, erano su temi concreti che determinavano visioni della società contrapposte. Chi oggi desidera tornare a quel dibattito, con argomenti che un tempo erano legittimi, viene tacciato di populismo. Come nella standardizzazione globale delle misurazioni tecniche, sembra che il pensiero unico sia stato omologato definitivamente con regole planetarie non scritte, inattaccabili. Un tempo il dibattito sul consumismo era pane quotidiano. Ora, in nome del Dio Pil siamo condannati a consumare eternamente, anche se non ne abbiamo bisogno, rovinandoci la vita e rovinando il pianeta, altrimenti l’economia va in malora. Guai mettere in discussione il mercantilismo che impregna ogni aspetto della nostra vita; guai mettere in discussione il tipo di successo che siamo condannati a perseguire, perché il fallimento la società non ce lo perdona – lo sfigato non è più uno sfortunato vittima delle circostanze, è marchiato a vita dal suo dna, colpevole dei suoi fallimenti.

Viviamo in un sistema granitico che opprime i popoli ma al quale, con gradi diversi di consapevolezza, i popoli stessi contribuiscono, come rotelle di un ingranaggio. Mi vengono alla mente i film di Charlie Chaplin, così semplici nella loro profondità, nell’immediatezza del loro messaggio. La catena di montaggio del film Tempi moderni è più che mai attuale; il protagonista, ribelle, paga le conseguenze dei suoi errori, mentre il mondo nel quale è immerso dà per scontato che sia giusto, un po’ come gli schiavi un tempo pensavano che la loro condizione fosse nel ordine naturale delle cose. Oggi, come e forse più di prima, facciamo parte di un sistema manovrato da forze “aliene”, i nostri destini sono decisi altrove, con la nostra complicità più o meno consapevole.

In questo contesto culturale, il ruolo di testimonial di Pirlo per una società delle scommesse e del gioco d’azzardo viene criticato soltanto perché russa. Una società culturalmente emancipata avrebbe posto invece l’accento sul tipo di attività della compagnia che rappresenta. Da questa prospettiva avrebbe affermato che il testimonial di Pirlo è incompatibile con il ruolo che si apprestava a ricoprire. La dipendenza dal gioco d’azzardo è una malattia, spesso diffusa tra i giovani; rovina famiglie, intere vite umane. Per questo, soltanto per questo, credo che per Pirlo, grande giocatore, probabilmente ottimo allenatore, ci sia un punto di domanda sul suo carattere e sulla sua visione della vita, quindi anche dubbi sulla capacità di essere d’esempio ai giocatori e al grande pubblico, dall’immenso pulpito che avrebbe occupato – questo anche se avrebbe dovuto lasciare il suo ruolo di testimonial per la compagnia del gioco d’azzardo.

Invece, per i poteri che contano, che posseggono gran parte del mondo mediatico, non ci sarebbero stati problemi se avesse fatto da testimonial per compagnie del gioco d’azzardo statunitensi o israeliane, colpevoli di guerre illegali, genocidi, sterminio di donne e bambini. Per loro, criminale è l’appartenenza nazionale della compagnia commerciale, la bandiera russa accanto agli atleti russi, criminali diventano scrittori, musicisti, artisti vari del passato e del presente, colpevoli di appartenere a quell’area geografica.

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