“Ricordati chi sei”: così Hamilton ha ritrovato il fuoco del campione e riportato in pista l’Hammer Time

Realizzare i sogni da bambino è sempre possibile. Anche se hai 41 anni. Anche se hai già vinto sette titoli mondiali e 105 gare. La giornata a Barcellona è cominciata con un profumo di giornata storica, con l’attesa e la sensazione che stesse per accadere qualcosa da inserire direttamente nella leggenda dello sport. Perché il pilota più vincente della storia della Formula 1 ha (finalmente) vinto con il team più vincente della storia della Formula 1. Lewis Hamilton lo ha detto subito dopo: “Da piccolo ho visto tante volte la Ferrari vincere”. Ora fa parte anche lui di questa lista. Il 41º pilota diverso, a 41 anni. Nella pista dove, 30 anni e 12 giorni fa, aveva trovato la sua prima vittoria con la Rossa Michela Schumacher. Segni del destino.

Le lacrime di Hamilton: “Sono 106 vittorie in carriera, ma questa ha qualcosa di unico”
L’analisi della gara: così ha vinto Hamilton
La cronaca della gara

Remember who you are. È diventato il motto di Lewis Hamilton dopo il periodo più buio della carriera nella squadra più desiderata. L’anno scorso neanche un podio, non era mai successo nella sua carriera. Da quando quel tifoso glielo ha urlato mentre era a testa bassa, una frase che gli ha riacceso il sacro fuoco del campione, ha fatto click. E oggi Hamilton si è ricordato benissimo chi è: è tornato Hammer Time. Perché la strategia è stata perfetta, il timing della Virtual Safety Car giusto, ma poi bisogna guidare così. Lewis ha fatto una gara perfetta, l’ha vinta da Lewis. Ha coccolato le sue gomme in ogni stint martellando giro dopo giro tempi perfetti. E si sono rivissute le scene, o meglio riascoltati quei messaggi dei tempi della Mercedes. Allora era Peter Bonnington in cuffia, oggi è Carlo Santi. L’ingegnere gli dava dei target e Hamilton a ogni tornata stava su quel tempo. La chirurgia che lo ha reso quello che è. La costanza, la precisione nel guidare gare così, costruirsi la vittoria in ogni metro di pista. Per tutta la gara chiedeva informazioni sul passo e il gap con Russell, dava conto dello stato delle gomme. Tutto mentre faceva danzare la sua Ferrari.

Poi il team radio della vittoria con l’urlo “Forza Ferrari” in italiano (come fece Sebastian Vettel quando vinse la sua prima gara in rosso in Malesia nel 2015) e gli occhi lucidi sul podio mentre ascoltava il suo inno e vedeva scatenarsi i meccanici su quello di Mameli qualche metro più sotto. Una vittoria che è merito del lavoro di Maranello anche e soprattutto. Un lavoro che Hamilton ha saputo indirizzare con i suoi feedback e le sue analisi. La macchina se la sente cucita addosso, lo ha detto quanto si trova a suo agio in quella che è la prima vera Ferrari su cui ha potuto lavorare anche lui dal giorno zero. Una giornata che un anno fa sembrava utopia perché proprio a Barcellona disse: “È stata la gara peggiore della mia vita per il bilanciamento”. Da una monoposto con cui non ha mai legato a una con cui ha ripreso a danzare tra le curve di tutto il mondo. Perché i secondi posti consecutivi di Canada e Miami sono stati l’antipasto per il piatto forte: la prima vittoria in Ferrari. La numero 106 di una carriera che va profuma di leggenda. Per andare oltre, mancherebbe l’ottavo titolo mondiale, ma ora forse, Hamilton può anche sognare la rimonta.

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