Se anche a voi piace leggere gialli, buon divertimento con il commissario Macchi!
Se siete come me, e ve lo auguro, anche a voi piace leggere in vacanza, nel frastuono di una spiaggia romagnola o nel silenzio edenico delle Dolomiti. Io leggo gialli. Siete in vacanza? Allora buon divertimento con il commissario Macchi.
17) Il caso dell’antiquario accoltellato. Nemmeno il caldo torrido, insolito per quella giornata di fine giugno, riuscì a dissuadere il commissario Macchi dal recarsi in auto sul luogo del delitto: benché la sua Citroën DS 23 Pallas non avesse il condizionatore, le portentose sospensioni idropneumatiche del mezzo lo sballottavano di qua e di là a ogni curva e lui si divertiva come un bambino. Era come essere alle giostre!
Uno dei più esclusivi librai antiquari di Quarto Oggiaro, Sabino Ciuffino, era stato accoltellato a morte nel suo negozio. Macchi parcheggiò l’auto davanti a uno spacciatore, si fece largo tra la folla di curiosi ed entrò nel negozio mostrando il tesserino all’agente scelto Mongiusti. “Commissario, non c’è bisogno che mi mostri il tesserino” gli disse Mongiusti. “La conosco”. “Sì” replicò Macchi “ma coi tonti non si può mai sapere. Non offenderti: è una litote. Dov’è?”
Mongiusti gli indicò il fondo semibuio della stanza. Il cadavere era sul parquet in una pozza di sangue. “Un testimone afferma che un’ora fa ha visto uscire dal negozio un trentenne sicuramente arabo. 1 e 80, 70 chili, capelli ricci e neri, baffetti sottili, maglietta bianca, felpa Adidas con cappuccio, jeans e scarpe da tennis” lo informò l’agente scelto Cascella. “Alla vittima manca il portafoglio”, aggiunse. Il commissario non ascoltava: fra i curiosi assiepati alla vetrata c’era la donna più avvenente che avesse mai visto.
Macchi combatté per un paio di secondi coi propri interessi contrastanti, quindi tornò a guardare il morto. Era un ottantenne con gli stessi capelli color nero pece di Massimo Ranieri e Massimo Cacciari. Giaceva supino, un coltello conficcato nel petto. “Gli manca il portafoglio”, riferì Mongiusti. “Gliel’ho già detto io”, disse Cascella. In quel momento la porta d’ingresso s’aprì ed entrarono due tizi in camicia verde trascinando a forza un ragazzo arabo che corrispondeva alla descrizione.
“Leghisti della ronda di quartiere”, bisbigliò Cascella all’orecchio del commissario. “Sono loro ad avermi dato la descrizione del sospettato”. Un forte sentore di patchouli aleggiava adesso nella stanza. “Ecco l’assassino!” disse il leghista più anziano, un sosia di Borghezio, esibendo il giovane arabo con uno strattone. “L’abbiamo trovato a quattro isolati da qui”. “Come fate a sapere che è l’assassino?” domandò Macchi. “Bè” rispose il leghista più giovane, un sosia di Fedriga “camminava a passo svelto ed è arabo. Così l’abbiamo fermato”.
Macchi fissò l’indiziato: indossava occhiali da sole con le lenti blu simili a quelli che Macron portava a Davos per occultare l’ennesima pizza di Brigitte, sempre che non fossero proprio quelli. Macchi esaminò i suoi documenti, un passaporto egiziano con tutti i crismi. “Cosa sa di questa brutta storia, signor Mourad?” “Che qualcuno la sta leggendo sul Fatto quotidiano in questo preciso momento”. “Lei colleziona libri antichi?” “No”. “Conosce Marcello Dell’Utri?” “Mai sentito nominare”. “Era mai entrato in questo negozio prima di stamattina, quando ha ucciso il signor Ciuffino? Risponda sì o no”.
“Non posso rispondere a questa domanda con un semplice sì o no, signor commissario” disse il giovane egiziano. “Perché?” domandò Cascella, incuriosito. “Già: perché?” domandò anche Mongiusti per non essere da meno. “Perché in entrambi i casi finirei per autoaccusarmi di omicidio. E’ una domanda trabocchetto“. “Lei è sveglio, Mourad” concesse Macchi. “Che mestiere fa?” “Sono laureato in filosofia alla Sorbona, ma in Italia col mio permesso di soggiorno temporaneo non posso partecipare ai concorsi pubblici statali”. “E allora si guadagna da vivere uccidendo e derubando antiquari?” “No: traduco per i servizi segreti italiani intercettazioni in arabo di sospetti jihadisti”.
Macchi si rivolse al leghista giovane: “E lei?” “Io cosa?” disse quello, avvampando d’imbarazzo. “Che mestiere fa?” “Lavoro nella pescheria di mio padre, in fondo alla strada. Dalle cinque a mezzogiorno, sei giorni alla settimana. Ho sfilettato branzini e orate tutta la mattina”. “Cascella, arrestalo: è l’assassino” disse Macchi. Mongiusti lo guardò sbalordito: “Come fa a esserne sicuro, commissario?” Macchi sorrise alla donna avvenente che stava ricambiando le sue attenzioni dalla vetrata: “Per via di un indizio”. Quale? La soluzione è qua sotto.
Soluzione. Il caso dell’antiquario accoltellato. Se il giovane leghista avesse davvero trascorso tutta la mattina a sfilettare pesce, avrebbe puzzato di pesce, soprattutto in una giornata così calda. Ma quando i tre irruppero nel negozio dell’antiquario, con loro entrò soltanto un forte profumo di patchouli. All’accusa, il giovane leghista sbottò in una risata sarcastica: “Ma è il profumo che uso per coprire il puzzo di pesce dopo che mi sono lavato!” “Purtroppo per te” disse Macchi dandogli uno scappellotto “la scientifica ha trovato una squama di branzino sul panciotto dell’antiquario”.
“Mi daranno l’ergastolo?” “No, il Nobel. Sbattete al gabbio questo coglione”. La sera stessa Macchi era a cena con la donna avvenente. “Sei uno che non perde tempo, eh?” “Sto cercando una come te da tutta la settimana. Vuoi che ti parli delle macchie ipostatiche nei cadaveri assassinati?” “Non chiedo di meglio”.
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