SpaceX a picco del 45% in un mese dopo la quotazione da record. E per Musk arriva il test delle vendite dei grandi soci

A poco più di un mese dall’offerta pubblica iniziale più grande della storia, la luna di miele tra Wall Street e SpaceX sembra già finita. Venerdì il titolo della società di Elon Musk ha chiuso a 123,99 dollari: sotto i 135 dollari del prezzo di collocamento, un debutto da record che aveva valutato l’azienda 1.750 miliardi di dollari facendo del fondatore il primo trilionario al mondo. È l’ottava seduta negativa nelle ultime nove. Dai massimi toccati il 16 giugno, a 225,64 dollari, la perdita sfiora ormai il 45%. Cosa c’è dietro?

Negli ultimi giorni ha pesato anche il rinvio del tredicesimo test di Starship: il razzo è rimasto fermo sulla rampa di lancio in Texas dopo che alcuni motori Raptor non si sono accesi durante la sequenza di decollo, costringendo il sistema automatico ad annullare il lancio pochi secondi prima della partenza. Ma l’inconveniente tecnico ha avuto un ruolo relativo: il titolo era già in calo da giorni e gli investitori guardano soprattutto a un appuntamento fissato per agosto. Dopo la pubblicazione dei conti del secondo trimestre, prevista per la prima settimana del mese, scadrà infatti il primo lock-up, il periodo durante il quale gli azionisti storici non possono vendere le proprie quote.

Gli investitori entrati anni fa, dal co-fondatore di Palantir Peter Thiel ad Antonio Gracias di Valor Equity Partners fino ai dipendenti che hanno ricevuto stock option, potranno monetizzare almeno una parte dei guadagni accumulati. Stando ai documenti depositati alla Securities and Exchange Commission, riferisce Axios, potrebbero essere sbloccate fino a 1,37 miliardi di azioni a fronte del mezzo miliardo effettivamente collocato in Borsa durante l’Ipo del 12 giugno. In poche settimane potrebbe quindi aumentare sensibilmente il flottante, cioè il numero di azioni effettivamente disponibili per gli scambi in Borsa. Prospettiva di per sé sufficiente a raffreddare gli acquisti e favorire le prese di profitto.

Va poi ricordato che la valutazione record dell’azienda era stata sostenuta anche da fattori tecnici: una quota ridottissima di capitale disponibile sul mercato, l’ingresso accelerato negli indici principali del Nasdaq e gli acquisti obbligati dei fondi passivi avevano fatto sì che sul mercato ci fossero pochissime azioni disponibili, facendone salire il prezzo ben oltre quanto giustificato dai conti della società. Nella seconda metà di giugno la capitalizzazione ha superato i 2.600 miliardi di dollari: una valutazione pari a 140 volte i ricavi attesi. Per fare qualche confronto, Nvidia tratta a poco più di 20 volte il fatturato, Microsoft intorno a 15 e Amazon a meno di 5.

Le prossime settimane, con un numero molto più ampio di titoli liberamente negoziabili, saranno il primo vero test del mercato: si capirà quanto dell’euforia iniziale fosse giustificato dai fondamentali e quanto fosse il risultato delle strategie adottate per sostenere il prezzo. E i fondamentali sono in chiaroscuro. Il motore principale del business non sono i razzi Falcon o Starship, ma Starlink, la costellazione di satelliti per internet che genera la maggior parte dei ricavi e dei flussi di cassa del gruppo. Restano però aperti gli interrogativi sull’integrazione con xAI, sui costi dei nuovi data center e sulla governance fortemente concentrata nelle mani di Musk, il che limita la capacità degli azionisti di incidere sulla strategia.

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