Spagna-Argentina, l’ultimo atto dello spettacolo Messi: vincere per consacrarsi come il più forte di tutti i tempi
È il giorno per chiudere i conti. Con la storia, non soltanto con questo Mondiale. Forse sarà anche il giorno dell’addio. Forse. Mai dire mai. Ma che fantastico addio sarebbe? Se… Se l’extraterrestre dovesse farcela di nuovo, discussioni finite. Maradona è meglio ‘e Pelé? Sì, va bene, probabilmente sì. Ma non sarebbe più importante stabilirlo. Perché sarebbe impossibile, a quel punto, non incoronare Messi come il più grande di tutti i tempi.
È il giorno del possibile sorpasso definitivo. Sempre che non sia già avvenuto. Come pensano gli americani, stupiti dal fatto che ci sia ancora qualcuno che ne dubiti. Sapete, loro si attaccano ai numeri, ne sono persino in qualche modo schiavi. Dicono che i numeri non mentono mai, sono sostanzialmente l’unica chiave di lettura dei valori dello sport, da queste parti. E snocciolano tutti i record mondiali di Messi. Uno per la verità va riconquistato, perché ieri Mbappé glielo ha sottratto: il maggior numero di gol segnato ai Mondiali, ora il francese ne ha 22 e lui 21. Ma tutti gli altri sono lì a testimoniarne la superiorità. Ricapitolando: maggior numero di assist 12 (era di Maradona 8); maggior numero di contributi ai gol, cioè reti più assist 33 (era di Pelé 18); maggior numero di dribbling riusciti 118 (era di Maradona 105); maggior numero di occasioni create 99 (era di Maradona 71); maggior numero di occasioni create in una sola edizione 25 (era già suo 21); maggior numero di contributi ai gol, cioè reti più assist, nelle fasi a eliminazione diretta 17 (era di Pelé 12); maggior numero di trofei MVP vinti in un’unica edizione 5 (era di Sneijder 4); maggior numero di designazioni come migliore giocatore del Mondiale 2 (nessuno ne aveva mai avuta più di una). Tutti primati che oggi può ancora migliorare. E poi, rispetto a Maradona, è già davanti anche come risultati ottenuti ai Mondiali: una vittoria (per ora) e due finali giocate, contro una vittoria e una finale. Ma su questo terreno Pelé è imbattibile: ne ha vinti tre, per cui è irraggiungibile, salvo autentici miracoli di longevità, illogici, ma da non escludere totalmente, visto che parliamo di Messi, un trentanovenne che, con la sua capacità di amministrarsi, conclude tutte le partite più fresco dei ventenni.
Ecco, Pelé. Oggi Leo Messi potrebbe eguagliare pure il primato più prestigioso ancora indiscutibilmente detenuto dal fuoriclasse brasiliano: aver trascinato la sua nazionale a conquistate due campionati del mondo consecutivi nel 1958 e nel 1962. Da allora non ci è più riuscito nessuno. Per l’Argentina un’occasione difficilmente ripetibile. Per Messi un’ulteriore opportunità di chiudere forse una volta per tutte la querelle sull’attribuzione della corona di Goat, appunto il più grande di tutti i tempi. Pur sapendo che Pelé apparteneva a un altro calcio, ormai piuttosto lontano da noi, dalle nostre chiavi di interpretazione, dai nostri metri di giudizio. Ai suoi tempi, fra l’altro, le statistiche non erano rilevate come lo sono oggi, il numero di partite era assai più limitato, così come la possibilità di confrontarsi fra le squadre di club di diversi Paesi e di lasciare il segno perciò anche nel calcio all’avanguardia, quello europeo, con i suoi campionati iper-competitivi e le Coppe vetrine d’eccellenza nelle quali Pelé non si è potuto mettere in mostra, avendo giocato soltanto nel Santos prima e nei Cosmos poi. Neppure la leggenda dei suoi oltre 1.000 gol è certificata. O meglio si tramanda che siano nientemeno che 1.281 gol in 1.363 partite, che comprenderebbero però amichevoli, tournée di esibizioni internazionale e chissà quant’altro. Mentre nelle gare ufficiali si sarebbe fermato a quota 767, secondo alcune fonti, e 757, secondo altre. Qui Cristiano Ronaldo, che è arrivato a 976 reti ufficiali, se decidesse di continuare potrebbe avere la soddisfazione di essere l’unico a superare la barriera dei 1.000 gol ufficiali, ben più che una consolazione dopo avere accarezzato per molti anni l’idea, ormai tramontata, di poter competere anche lui nella corsa per diventare Goat.
I paragoni fra Messi e Maradona sono invece molto più facili e se ci si limita ai risultati sul campo in questo caso la partita sembra già chiusa. Messi in carriera ha vinto 10 campionati con il Barcellona e due con il Paris St. Germain, quattro Champions League con il Barcellona, innumerevoli Coppe e Supercoppe nazionali ed europee, il Mondiale con la nazionale, due Copa America e pure un’Olimpiade nel 2008. Per non parlare degli otto Palloni d’oro, accompagnati da una miriade di trofei individuali. Maradona è fermo a due campionati di Serie A e una Coppa Uefa con il Napoli, un campionato metropolitano con il Boca, quattro fra Coppe e Supercoppe nazionali. Oltre al titolo mondiale 1986, unico successo con l’Argentina. Anche per Diego un bel po’ di trofei individuali, ma nessun Pallone d’oro perché ai suoi tempi i giocatori non europei non potevano partecipare. E tuttavia il carisma di Maradona, la sua aura, la sua figura controversa in ambito non esclusivamente calcistico, il suo peso politico, se vogliamo, ma soprattutto le sue prese di posizione forti e divisive, ma spesso trascinanti, rendono il confronto ancora “too close to call”, direbbero gli americani.
Questione di personalità. In fondo, Maradona è stato sì giudicato come giocatore meraviglioso, ma ha sempre potuto godere in aggiunta di un’immagine di mito, per quanto ribelle, che lo poneva, e per certi versi lo pone tuttora, sopra tutto e sopra tutti. Ha lottato e alla fine perso contro i suoi fantasmi, dando però sempre la sensazione di poterli domare. In campo sapeva di poter essere il migliore anche senza doversi allenare e spessissimo lo era davvero, ma questo gli è costato qualche trionfo in meno. Messi invece il suo talento lo ha innaffiato con una pazienza certosina, dopo un’infanzia complicata e un’adolescenza solo apparentemente serena. Così come Maradona voleva essere ed era capopopolo, Messi ha voluto soltanto migliorare costantemente il suo rendimento, scontando il prezzo di duri sforzi che lasciavano poi talvolta qualche cicatrice. Come ai Mondiali 2014, quando si presentò alla finale poi persa con la Germania con una tale tensione addosso da vomitare in campo.
Oggi Messi è cresciuto. È cresciuto ancora come calciatore, tanto che a 39 anni sa amministrarsi al punto da concludere le partite più fresco, oltre che più decisivo, di calciatori che potrebbero essere suoi figli, ma è cresciuto allo stesso tempo nella consapevolezza di essere un supercampione stimato e rispettato in tutto il mondo. Molto meno chiuso in se stesso, mostra una disinvoltura nuova anche nelle interviste e nelle occasioni pubbliche. È diventato il leader indiscusso dell’Albiceleste, che fa dell’orgoglio di essere argentini una delle sue carte vincenti, benché molti continuino a considerare Messi più spagnolo che argentino per come si è sviluppata la sua vita non solo calcistica.
Proprio contro la Spagna ha oggi la sua occasione di vidimare il titolo di Goat. Se lo farà si lascerà premiare volentieri da Trump, così come volentieri aveva indossato il Bisht offertogli dall’Emiro del Qatar Al Thani dopo la finale di quattro anni fa. Perché Messi con il potere costituito ci si immedesima, è un po’ la sua coperta di Linus. Maradona al contrario il potere lo combatteva. Ecco, Messi almeno nel coraggio, di vivere e di rischiare, Maradona non lo potrà mai superare. In tutto il resto sì.
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