Teheran si trasforma in un palco per i funerali di Khamenei: a guardar bene, è solo uno spettacolo

Teheran si è trasformata in un palcoscenico monumentale. Il regime sta orchestrando una macchina della propaganda senza precedenti per raccontare al mondo un Paese coeso, unito nel lutto per la scomparsa di Ali Khamenei, avvenuta quasi quattro mesi fa. I numeri sbandierati dal potere sono vertiginosi: si parla di 20 milioni di persone attese nella capitale e delegazioni in arrivo da oltre cento nazioni.

Da sabato 4 fino al 9 luglio, le strade di Teheran, Qom, Najaf, Karbala e infine Mashhad — luogo della sepoltura definitiva — diverranno teatro di una processione meticolosamente coreografata. Lunedì, il corteo si snoderà per 10 chilometri da piazza Imam Hossein a piazza Azadi, la “Piazza della Libertà”, uno spazio simbolico che ha visto alternarsi la rivoluzione del 1979 e le grida di chi quella libertà la reclamava davvero. Mentre le temperature sfioreranno i 45 gradi, il regime cercherà di ostentare una solidità che cela a fatica le proprie lacerazioni, rese palesi dall’assenza, a dir poco sospetta, del figlio del defunto leader, Mojtaba.

Ma guardate oltre le immagini trasmesse dalle telecamere. Ciò che vedrete è soltanto uno spettacolo. La realtà è un abisso che separa quel palco dalla strada, dalla vera anima di un Iran che non è in lutto, ma prigioniero. Mentre a Teheran si celebra il dolore di Stato, il principe ereditario Reza Pahlavi ha lanciato una coraggiosa “Settimana globale di azione per un Iran libero”, che inizierà proprio il 4 luglio, coincidendo con il funerale e con il Giorno dell’Indipendenza americana. È una voce che squarcia il silenzio dell’indifferenza diplomatica: Pahlavi ricorda al mondo il massacro di oltre 40.000 iraniani, uccisi dal regime in soli due giorni, una media di 14 vite spezzate al minuto. Un sacrificio di cui il funerale di Khamenei vorrebbe cancellare ogni traccia. “Il nostro messaggio agli Stati Uniti e al mondo è chiaro: state dalla parte del popolo iraniano”, ha scritto il principe su X.

Il vero dolore, in questo Paese, è impresso nei ricordi di chi non ha mai dimenticato i sacchi neri ammassati fuori dagli ospedali, dove i familiari, con le mani tremanti, cercavano di riconoscere i volti dei propri cari. Il vero dolore è l’eco dei pianti disperati di quelle madri che hanno visto i propri figli uscire di casa per cercare un futuro e non li hanno mai più visti rientrare. Uccisi, colpevoli solo di aver desiderato il diritto universale alla libertà. Chi parteciperà a quel rito, chi stringerà la mano a quella leadership, chi si siederà al tavolo di negoziati come quello di Doha del 18 luglio, per siglare accordi di convenienza con i carnefici di ieri, dovrà fare i conti con la propria coscienza.

Ogni inchino di fronte a questo sistema è un insulto alla memoria di migliaia di giovani ragazzi che hanno pagato e pagheranno con la vita il sogno di un’esistenza diversa. Sostenere oggi questo apparato non è pragmatismo; è farsi complici di una libertà negata. Guardo a questo momento con infinita amarezza. Abbiamo visto un popolo toccare con mano la possibilità del cambiamento, veder vacillare le fondamenta di una dittatura che da troppo tempo soffoca l’Iran, per poi sentirlo tradito da una politica internazionale che ha preferito la stabilità cinica alla giustizia.

Siamo spettatori del funerale di una teocrazia che sta mutando pelle, forse verso una dittatura militare ancora più spietata. In molti seguiranno l’invito di Pahlavi a partecipare clandestinamente ai funerali, lasciando tracce di dissenso.

Tutto questo ci ricorda che la fiamma della libertà non si è spenta, perché un regime fondato sulla paura è destinato a crollare. Mi piace pensare che un giorno, non troppo lontano, il mondo comprenderà il peso insostenibile di aver chiuso gli occhi davanti a tale sofferenza. Perché la storia non dimentica. Quel giorno, i palchi di Teheran saranno polvere, ma il grido di chi è stato ucciso per la libertà risuonerà ancora, chiaro e cristallino, come una sentenza.

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