Trump sprofonda nei sondaggi: gradimento al 30% mentre cresce la sfiducia tra i Maga. E la Camera vota contro la guerra in Iran
Il voto, anche questa volta, non è vincolante. Ma vale come schiaffo politico al presidente, che sprofonda ancora di più nei sondaggi a meno di cinque mesi dalle elezioni di midterm. La Camera, con 214 voti a favore e 208 contrari, ha approvato la risoluzione sui poteri di guerra, con quattro repubblicani che hanno votato insieme ai democratici. Al contrario, il Senato, a poche ore di distanza, ha bocciato il testo con 47 voti favorevoli e 49 contrari, diversamente da quanto aveva fatto un mese fa. A fine giugno, infatti, entrambi i rami del Congresso si erano schierati a favore della fine del conflitto, ma anche in questo caso si trattava di un voto dal significato squisitamente simbolico, senza alcun potere effettivo per determinare la fine del conflitto.
Intanto Trump sprofonda ulteriormente nei sondaggi: secondo l’American Research Group si assesta su un tasso di approvazione al 30% e con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, è consapevole che il tempo a sua disposizione sta stringendo. E che lo scetticismo di fronte a un conflitto che appare senza fine sta dilagando anche fra i repubblicani, come dimostrano i quattro deputati del Gop che si sono uniti alla voto dem alla Camera. Il provvedimento è solo uno dei vari bollinati dal Congresso ma senza alcun risultato. Ma la ripresa dei combattimenti e il fallimento di fatto del memorandum of understanding stanno innervosendo senatori e deputati, preoccupati dalla possibilità che Trump lanci l’affondo finale proprio durante la pausa estiva, procedendo ancora una volta senza autorizzazione e ignorando il Congresso.
Come hanno votato i due rami del Congresso – Il voto alla Camera è passato grazie a quattro repubblicani che si sono uniti alla minoranza democratica. La risoluzione era stata presentata da Pramila Jayapal, che nel suo intervento in aula aveva invocato un “voto di coscienza”. “Questo è un voto che ci chiede di fare quello che è giusto per il popolo americano ed inviare il messaggio più chiaro e più forte al presidente degli Stati Uniti sul fatto che il Congresso, la Camera riaffermano la propria autorità sulla guerra, questa guerra deve finire”, ha continuato la deputata della sinistra dem. Il voto di oggi arriva a quasi due settimane dalla ripresa delle ostilità tra Stati Uniti e Iran, ostilità in cui negli ultimi giorni sono rimasti uccisi quattro militari americani, portando a 18 il numero dei caduti americani da quando Trump ha avviato la guerra all’Iran lo scorso febbraio. Non è la prima volta che al Congresso possano risoluzioni in cui si invoca il War Power Act, la legge approvata nel 1973 che impone che il presidente ritiri le truppe entro 60 giorni dall’avvio delle ostilità a meno che non vi sia una dichiarazione di guerra del Congresso.
Gli stessi quattro deputati repubblicani che hanno permesso il passaggio della risoluzione – Tom Barrett, Warren Davidson, Thomas Massie e Brian Fitzpatrick – hanno appoggiato una simile misura approvata lo scorso giugno. La stessa risoluzione, grazie al voto di quattro senatori della maggioranza repubblicana – Rand Paul, Susan Collins, Lisa Murkowski e Bill Cassidy – è poi passata qualche giorno dopo al Senato.
Il leader della minoranza dem al Senato, Chuck Schumer, ha annunciato che oggi cercherà di forzare un altro voto in aula sulla guerra in Iran. “Ogni senatore deve fare una scelta, non si può dire che sosteniamo le truppe e poi le lasciamo intrappolate in una guerra che non ha obiettivo e non ha fine – ha detto il democratico con un discorso evidentemente teso a mettere in difficoltà i repubblicani che dovranno affrontare duelli elettorali difficili alle elezioni di novembre – non si può dichiarare vittoria mentre il campo di battaglia continua ad espandersi, non si possono nascondere i feriti e parlare di pace”.
Guardando invece al Senato, la senatrice repubblicana Susan Collins, una moderata che a novembre affronta una difficile rielezione nel Maine, ha votato insieme ai democratici, ai quali è però mancato il voto di John Fetterman, che ha votato con i repubblicani a sostegno del conflitto con l’Iran. Rand Paul e Lisa Murkowski, che in giugno avevano votato a sostegno della risoluzione, oggi non hanno votato, mentre Bill Cassidy, che in passato aveva sostenuto la risoluzione sui poteri di guerra denunciando mancanza di trasparenza sul conflitto, ha detto di aver cambiato posizione dopo aver ricevuto adeguate informazioni dall’amministrazione Trump e quindi ha votato contro la risoluzione.
La delusione del popolo Maga – Mentre l’American Research Group registra un gradimento di Trump pari al 30%, Politico diffonde i dati di un sondaggio effettuato tra i sostenitori del tycoon. Se a maggio ancora un solido 50% di elettori Maga sosteneva la guerra all’Iran, ora, dopo due mesi, solo il 37% dello zoccolo duro elettorale di Donald Trump ritiene che valga la pena sostenere i pesanti costi economici del conflitto ripreso dopo la rottura del cessate il fuoco. Risultati che dimostrano come anche i principali sostenitori del presidente abbiano iniziato ad allinearsi con la maggioranza degli americani che da tempo si oppone al coinvolgimento degli Usa nella guerra. Inoltre, il sondaggio evidenzia un altro 37% di elettori Maga che dice che gli Usa possono continuare la guerra solo se non aumentano i costi, mentre a maggio era il 29% ad avere quest’idea. E in generale quasi un elettore Maga su cinque crede che gli Usa debbano mettere fine al conflitto con l’Iran, a prescindere dai costi. Numeri che mostrano come si stia esaurendo la pazienza degli americani, anche tra i più fedeli sostenitori del tycoon, per i problemi economici, a cominciare dal prezzo della benzina, provocati dal conflitto. Da parte sua, Trump non sembra dare indicazioni di una possibile fine veloce della guerra, e ieri ha ribadito che gli iraniani “vogliono disperatamente incontrarci”, aggiungendo che “fino a quando non saranno disposti a farlo in modo significativo non abbiamo interesse neanche a parlare”. In privato, però, fonti vicine alla Casa Bianca non mancano di ammettere che “il livello di frustrazione ora è al massimo” e che “il presidente è conscio che l’unica via per la vittoria che vuole è completamente impossibile in questo momento, con gli americani che non sosterranno nessun tipo di escalation”.
“Abbiamo altri morti americani ed una situazione politica impossibile” concludono le fonti citate da Politico, riferendosi ai due militari americani uccisi nel weekend in Giordania e i prezzi del gas che hanno di nuovo superato i 4 dollari al gallone a pochi mesi dalle elezioni di midterm. E la strategia per affrontare il voto del 3 novembre è stata al centro di una riunione a cui ieri hanno partecipato massimi consiglieri di Trump, tra i quali Susie Wiles, capo dello staff della Casa Bianca, e Chris LaCivita che ha guidato insieme a Wiles la campagna di Trump nel 2024, per ascoltare l’analisi della situazione dei sondaggi fatta da Tony Fabrizio, da tempo a capo dei pollster di Trump. In particolare, riporta Axios, si è discusso come il comitato repubblicano nazione e il Super Pac di Trump gestiranno il tesoretto di 530 milioni per aiutare i candidati repubblicani nelle prossime elezioni con l’obiettivo, tutto in salita, di difendere il controllo del Congresso.
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