Tutto come previsto all’Eurovision 2026: chi entra Papa, esce cardinale
di Laura Ruzzante
Cala il sipario sulla settantesima edizione dell’Eurovision Song Contest, un baraccone che quest’anno ha fuso geopolitica, rancori transfrontalieri e miracoli acustici. Partiamo dalle buone notizie: le canzoni sono state eseguite decisamente meglio rispetto alle semifinali. Nessun dramma, nessuna ecatombe melodica; i beagle dei vicini sono ufficialmente salvi e hanno potuto godersi la serata in santa pace. Ma per il resto, si è applicata la più classica delle regole vaticane: chi entra Papa, esce cardinale.
Il miracolo di Sofia e i fischi a Tel Aviv
I pronostici della vigilia, che vedevano i metallari serbi, i folcloristi croati e soprattutto l’armata finlandese pronti a giocarsi lo scettro, sono stati polverizzati dal trionfo della Bulgaria. In un’edizione letteralmente dominata dalle chitarre distorte e dal rock-metal più intransigente, a vincere è stato… un brano reggaeton. E fin qui, de gustibus. Il problema è che si tratta di un pezzo di una rara, indiscutibile e oggettiva bruttezza. Una di quelle canzoni che tra tre mesi balleremo in spiaggia nei peggiori lidi di Ostia, maledicendo il giorno in cui è stata scritta.
Eppure, la bruttezza bulgara ha avuto un merito storico, quasi catartico: ha scalzato dal gradino più alto del podio Israele, che si è dovuto accontentare della medaglia d’argento. Quando il voto del pubblico (quel televoto che già in semifinale sembrava miracolosamente premonitore) ha proiettato la delegazione israeliana momentaneamente in testa, l’arena è stata investita da una tempesta di fischi e dissensi che nemmeno un discorso di un politico in una piazza svuotata. Ma la democrazia pop ha i suoi algoritmi, e la Bulgaria è riuscita a fare quello che la diplomazia internazionale non è capace di fare: mettere d’accordo tutti per evitare il peggio.
Il quinto posto di Sal e il complotto permanente
E l’Italia? Quinta. Un risultato che, visto il livello complessivo, potrebbe persino sembrare dignitoso, se non fosse che secondo me l’esibizione di Sal Da Vinci è rimasta ben al di sotto delle aspettative della vigilia. Anche in finale la performance è apparsa sbiadita, priva di quel mordente che i milioni di ascolti su Spotify facevano sperare.
Adesso si aprono le scommesse: a chi darà la colpa, stavolta, il buon Sal? All’umidità del palcoscenico? Al complotto dei fonici svedesi? O magari ribadirà che il quinto posto è la prova della sua ‘verità’ contro l’autotune globale?
La verità, quella vera, è che a questi livelli se non canti dritto, i giurati non ti perdonano.
Miracoli geopolitici e lo zero del Regno Unito
Il momento più incredibile della serata, roba da far riscrivere i libri di storia, è arrivato durante l’assegnazione dei voti delle giurie nazionali. La giuria del Regno Unito ha assegnato i suoi 12 punti alla Francia. Avete letto bene. Gli inglesi che premiano i francesi. Secoli di guerre, la Guerra dei Cent’anni, Waterloo e la Brexit cancellati con un colpo di spugna in diretta televisiva. La musica unisce, o forse le giurie avevano alzato troppo il gomito.
Francia ricompensata, ma per il resto per Londra è stata la solita Caporetto: il povero Regno Unito ha chiuso la manifestazione all’ultimo posto con 1 solo punto. Zero assoluto dal televoto. Ma cerchiamo di essere ottimisti, lo stile Fatto Quotidiano impone di guardare il bicchiere mezzo pieno: è pur sempre un netto miglioramento rispetto al 2021, quando finirono a zero spaccato. La crescita è lenta, ma costante.
Andiamo in Bulgaria
Anche questa edizione è archiviata. Andiamo in pace… anzi, andiamo in Bulgaria (portandoci un buon repellente per il reggaeton), con la vaga speranza che il prossimo anno il clima sia più disteso, i beagle meno stressati e, soprattutto, che ci sia una manifestazione ricca di Stati in gara e priva di imbarazzi politici sotto il banco. Sipario.
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