Von der Leyen riscrive il cuore del Green Deal all’insegna della “competitività”. Gli ambientalisti: “Con il nuovo Ets più CO₂ per 2 miliardi di tonnellate”

Dopo mesi di pressioni da parte dell’industria e di governi molto sensibili alle sue richieste, Bruxelles mette mano al cuore del Green Deal presentando l’attesissima revisione dell’Emission Trading System (Ets), il mercato europeo della CO₂ che in vent’anni ha dimezzato le emissioni dei settori più inquinanti. La proposta ufficializzata venerdì dalla Commissione di Ursula von der Leyen allenta alcuni dei suoi meccanismi fondamentali e concede più tempo e margini ai settori energivori in una fase in cui la crisi della manifattura europea è sempre più conclamata. In cambio promette di mobilitare fino a 100 miliardi di euro per la decarbonizzazione, nell’evidente e dichiarato tentativo di trasformare l’Ets in una leva di politica industriale e “competitività”. Bruxelles rivendica che l’obiettivo finale, cioè il taglio delle emissioni del 90% entro il 2040, non cambia. Ma per diverse organizzazioni ambientaliste le modifiche – svelate, ricordano, dopo il giugno più caldo di sempre nell’Europa occidentale – segnerebbero un palese indebolimento della sua principale politica climatica: Carbon Market Watch e Wwf calcolano che aprirebbero la strada a 2 miliardi di tonnellate di emissioni aggiuntive. Gli analisti del think tank Ecco apprezzano il tentativo di arrivare a un compromesso introducendo al tempo stesso l’obbligo per i Paesi membri di destinare almeno il 50% dei ricavi nazionali delle aste Ets agli investimenti per la decarbonizzazione dei comparti coperti dal sistema. Ma avvertono che, dopo il 2035, il nuovo assetto rischia di indebolire il segnale di prezzo del carbonio proprio nella fase più difficile della transizione.

Come funziona il sistema

Nato nel 2005, l’Ets è il principale strumento con cui l’Unione europea cerca di ridurre le emissioni di centrali elettriche, industrie energivore, compagnie aeree e, più di recente, trasporto marittimo. Bruxelles stabilisce un tetto massimo alle emissioni e distribuisce un numero corrispondente di quote. Ogni impresa deve restituire ogni anno tante quote quante sono le tonnellate di CO₂ emesse. Chi riesce a inquinare meno può vendere quelle inutilizzate, chi supera il limite deve comprarne altre. Visto che il numero complessivo diminuisce progressivamente, il prezzo del carbonio tende ad aumentare. Il che dovrebbe rendere sempre più conveniente investire nella decarbonizzazione. E in effetti in vent’anni il sistema ha contribuito a ridurre di oltre la metà le emissioni dei settori interessati e ha garantito agli Stati membri decine di miliardi di euro di entrate attraverso le aste delle quote. Ma il progressivo aumento del prezzo ha scatenato le proteste dell’industria energivora, che lamenta costi troppo elevati e perdita di competitività rispetto a concorrenti soggetti a regole meno severe. Un gruppo di Paesi guidato dall’Italia ne aveva chiesto addirittura la sospensione, salvo poi ripiegare sull’auspicio di una “riforma pragmatica ed equa volta a ricostruire l’Europa come potenza industriale”. Il punto di caduta – che andrà ora negoziato con Parlamento e Consiglio – è su questa linea.

La proposta prolunga i permessi gratuiti

“Dobbiamo modernizzare la nostra principale politica di decarbonizzazione – il sistema Eu Ets – affinché diventi il ​​motore dell’innovazione e degli investimenti per la nostra competitività e indipendenza”, recita il comunicato della Commissione. La concessione più evidente riguarda le quote gratuite assegnate ai settori più esposti alla concorrenza internazionale per evitare il cosiddetto “carbon leakage”, cioè l’ipotetica delocalizzazione della produzione verso Paesi più permissivi. La revisione ne prolunga la vita: per i settori interessati dal Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam), il dazio climatico alle frontiere da applicare ai beni importati, l’eliminazione verrà rinviata fino al 2038. Per altri comparti particolarmente esposti continuerà comunque un sistema di assegnazione gratuita basato su parametri di efficienza. Fatte le somme, tra 2026 e 2030 verranno distribuiti permessi a inquinare gratis per un valore di 6 miliardi. Ma d’ora in poi ci sarà una condizione: la presentazione di un piano verificato di decarbonizzazione che preveda investimenti in Europa per un valore equivalente a quello delle quote ricevute. L’80% sarà assegnato dopo la pubblicazione del piano, ha spiegato il commissario europeo al Clima Wopke Hoekstra, e il resto arriverà solo una volta dimostrata la concreta attuazione degli interventi previsti. Resta comunque una deroga significativa al principio base del mercato del carbonio, “chi inquina paga”.

Rinviata la riduzione delle quote totali

L’altro grande cambiamento riguarda il ritmo con cui diminuirà il numero complessivo delle quote disponibili. Oggi il cosiddetto Linear Reduction Factor prevede un calo del 4,4% l’anno dal 2028 al 2030. La Commissione propone una nuova traiettoria: 3,7% annuo tra il 2031 e il 2035 e solo 1,7% tra il 2036 e il 2040. Vuol dire che le quote continueranno a essere emesse anche dopo il 2040, invece di avvicinarsi all’azzeramento già intorno al 2040.

Altra modifica tecnica ma potenzialmente molto rilevante riguarda la Market Stability Reserve, il meccanismo creato per evitare un eccesso di quote sul mercato. Oggi la riserva assorbe ogni anno il 24% delle quote eccedenti: la Commissione propone di dimezzare il tasso al 12%. Anche in questo caso l’effetto è lasciare in circolazione un numero maggiore di permessi, contribuendo a contenere eventuali impennate del prezzo della CO₂. È una richiesta avanzata da tempo da diversi governi e dall’industria, che considera il costo del carbonio un fattore di perdita di competitività.

Dal 2036 la Commissione apre poi all’utilizzo delle rimozioni di carbonio (carbon removals): una quota limitata delle emissioni potrà essere compensata con crediti generati da tecnologie che “tolgono Co₂” dall’atmosfera e la immagazzinano, per esempio, nel sottosuolo. La misura, che riguarderà fino a 250 milioni di quote, è una concessione ai settori in cui l’azzeramento delle emissioni è tecnicamente più difficile. In parallelo il 2% degli obblighi Ets potrà essere coperta acquistando crediti internazionali, cioè certificati generati da progetti di riduzione delle emissioni realizzati in Paesi extra-Ue.

Obbligatorio destinare il 50% dei ricavi ai settori coperti dal sistema

In parallelo Bruxelles pare voler rafforzare la dimensione industriale del sistema. La proposta istituisce una Industrial Decarbonisation Bank da 100 miliardi di euro e impone agli Stati membri di destinare almeno il 50% dei ricavi nazionali delle aste Ets agli investimenti per la decarbonizzazione dei settori coperti dal sistema. Finora, nonostante gli obblighi di destinazione alle politiche climatiche, l’utilizzo concreto delle risorse è stato molto eterogeneo. L’Italia, secondo stime del think tank Ecco, ha certificato di aver effettivamente speso per la lotta ai cambiamenti climatici solo il 9% dei ricavi.

Timido l’allargamento all’aviazione. Colpiti i jet privati

L’aviazione, che come ricordato da Hoekstra “è uno dei pochi settori importanti in cui le emissioni sono in aumento anziché in diminuzione”, vedrà estendere progressivamente il campo di applicazione del sistema ai voli in partenza dall’Ue verso destinazioni entro i 5.000 chilometri. Vale a dire che “un volo da Parigi a Dubai rientrerebbe nel mercato del carbonio, mentre un volo da Parigi a New York no”, rileva Transport & Enviroment, calcolando che “questo meccanismo lascia ancora il 47% del settore aeronautico europeo esente dalla tariffazione del carbonio”. Tra le novità-bandiera rivendicate dal commissario c’è poi l’ingresso nell’Ets dei jet privati, sia in partenza sia in arrivo. Quanto al trasporto marittimo, il sistema sarà applicato anche ad alcune categorie di navi più piccole, con misure anti elusione e incentivi all’uso di combustibili sostenibili. Dal 2031 entreranno gradualmente nell’Ets anche gli inceneritori dei rifiuti urbani, con un’applicazione progressiva fino al 2034 e deroghe per gli Stati che raggiungono determinati obiettivi di riciclo e riduzione del conferimento in discarica.

Gli ambientalisti: “2 miliardi di tonnellate di Co2 in più”

Per Carbon Market Watch la revisione “indebolisce gravemente” il principale strumento climatico europeo e rischia di compromettere il raggiungimento degli obiettivi al 2040 e al 2050. Il combinato disposto di rallentamento della riduzione delle quote, proroga di quelle gratuite, allentamento della riserva e introduzione di nuovi meccanismi di compensazione potrebbe consentire secondo la ong fino a 2 miliardi di tonnellate di emissioni aggiuntive nei settori coperti. E “centinaia di miliardi di euro in sussidi e agevolazioni a carico dei contribuenti sono concessi con pochissime condizioni”. Sulla stessa linea il Wwf, che accusa la Commissione di aver ceduto alle pressioni dei comparti industriali più resistenti alla transizione.

Più sfumato il giudizio di Davide Panzeri, responsabile delle politiche europee del think tank ECCO. “Non credo che sia un passo indietro“, spiega al fattoquotidiano.it. La revisione, è il suo ragionamento, era necessaria per adattare il sistema alla fase finale della decarbonizzazione, quando rimarranno soprattutto le emissioni dei settori più difficili da abbattere. Il punto è “trovare il giusto bilanciamento” tra la necessità di mantenere un prezzo del carbonio abbastanza elevato da orientare gli investimenti e quella di non rendere impossibile la transizione per le industrie “hard-to-abate”. Positivo, tra il resto, l’obbligo per gli Stati di destinare almeno il 50% dei proventi delle aste ai settori coperti dal sistema. E per Panzeri fino al 2035 il bilanciamento c’è, mentre suscitano molti dubbi le modifiche che dovrebbero scattare di lì in poi: il nuovo fattore di riduzione lineare (che dice quanto rapidamente diminuisce il tetto complessivo alle emissioni consentite) ridotto all’1,7%, il minor assorbimento della Market Stability Reserve, la possibilità di utilizzare crediti da rimozione del carbonio e crediti interazionali. “Il rischio è che negli ultimi anni il mercato diventi troppo liquido e perda il segnale di prezzo proprio quando serve di più”, avverte. Per questo è decisiva la clausola di revisione prevista per il 2033, quando il sistema verrà di nuovo corretto alla luce dell’evoluzione tecnologica e del mercato. E, c’è da sperare, con un occhio ai dati sull’aumento delle temperature che soffoca l’Europa.

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