Al conte Nardini piaceva la libertà, ma aveva fatto i conti senza l’oste. Nel suo caso, una signorina

Da un racconto apocrifo di Guido da Verona. Al conte Filippo Nardini piaceva la propria libertà: per questo, a 50 anni, era ancora scapolo. Ma aveva fatto i conti senza l’oste, che nel suo caso fu la signorina Adriana Terrazzani, la quale un giorno andò ad abitare di faccia a casa sua. Di modi spigliati e forme provocanti, la giovane esercitava un certo fascino sugli uomini, specie se maturi.

Sbirciandola dalla finestra, il conte la vedeva girare per casa in vesti succinte; per giunta, nell’affacciarsi, quella benedetta figliola si appoggiava al davanzale in modo che gli sguardi del celibe attempato finivano per penetrare liberamente entro il corsetto. Il conte finì per perdere la testa e un giorno si decise al gran passo. Appena la formosa Adriana diventò sua moglie, gli mise le corna con l’avvocato Mario Torelli. Come succede sempre, tutti sapevano di questa avventura, tranne il cornuto; ma un giorno se ne accorse anche il conte, che dal dispiacere se ne andò al creatore poco dopo.

Al funerale, tra le corone di fiori, spiccava quella dell’addoloratissimo amico Mario Torelli. L’indomani, il notaio Benti convocò nel suo studio la vedova desolata per leggerle il testamento del marito. Altro che fulmine a ciel sereno! Il perfido conte nominava suo erede universale il caro amico Mario Torelli! La notizia corse subito di bocca in bocca e per qualche giorno in paese non si parlò d’altro.

Quando la vedova diede la notizia all’amante, quello spalancò gli occhi e s’appoggiò traballando al muro: “Non è possibile! Non è vero!”. Adriana gli mostrò una carta sgualcita che aveva in mano. L’avvocato Torelli le lesse e la rilesse. Gli pareva di sognare. “Sono rovinata moralmente e materialmente. Tutto questo per causa tua!” gli rinfacciò Adriana. “Devi rifiutare, se non vogliamo essere lo zimbello della gente!” “Scusa: rifiutare così subito? Bisogna andare coi piedi di piombo, tesoro. Ponderare”.

Consultati alcuni amici fidati, l’avvocato decise che l’unica soluzione onorevole era sposarla. Che doveva fare di più? Ma appena si sparse la notizia che l’avvocato Torelli si prendeva, oltre ai soldi, la vedova del defunto, apriti cielo! Si rinfocolarono le discussioni e i commenti: “Che scandalo!” “Che birbante!” “Che faccia tosta!” Attorno all’avvocato si formò il vuoto; perfino i colleghi al circolo lo evitavano. Ricevette pure uno sfottò postale: “Ricordati di nominare tuoi eredi gli amanti di tua moglie!” Sulle prime non diede peso a questo malanimo contro di lui: non era che invidia. Non se la prese neppure con quelli che gli consigliarono di vestirsi a lutto in segno di gratitudine. Ma nuove complicazioni finirono per agitarlo.

Il dottor Carnabuci, primario dell’ospedale, mosse ogni sorta di pedine perché quel matrimonio non avvenisse e Torelli rinunciasse all’eredità. Mise in mezzo perfino l’arcivescovo perché lo persuadesse che quel matrimonio era la condanna alle pene eterne; e che quel testamento rappresentava l’immoralità più sfacciata e una spinta formidabile al malfare, perché, nella speranza che altri cornuti imitassero il conte, i giovani scapoli avrebbero cercato di persuadere tutte le mogli a ingannare i mariti per diventare poi loro eredi!

Torelli la sposò lo stesso, e poiché i pettegolezzi non si placavano decise di passare l’anno di lutto in viaggi di piacere con la moglie, sperando che la loro lontananza dal borgo avrebbe finito per distendere sul passato il velo dell’oblio. Ma gli cadde in testa una tegola ancor più pesante. L’intimità, senza gli scrupoli di quando era amanti, mise in chiara vista i loro difetti. Ogni dialogo esitava regolarmente in un alterco. Una volta, dopo aver fatto pace, Adriana lo abbracciò con espansione e mormorò fra i baci: “Spero che nel testamento lascerai tutto a me, amore mio!” Fu una rivelazione, e una notte l’avvocato si svegliò di soprassalto: aveva visto in sogno la moglie versargli di nascosto una polverina nella minestra! E così la sua agitazione crebbe di giorno in giorno. Dovette mettersi a letto colpito dal mal di cuore.

Il dottor Carnabuci, convocato per un consulto, ne approfittò per dire all’avvocato che il suo mal di cuore non era che la conseguenza dei rimorsi che provava. “Non ho alcun rimorso!” l’interruppe l’ammalato con respiro affannoso. “Non li sente, ma li ha, e terribili”, riprese con maggior gravità il dottore. “Essi rodono il suo organismo. Le ossessioni cresceranno al punto che fra pochi giorni, in una crisi violenta, dovrà fatalmente decedere per aneurisma!”

L’avvocato non capiva quale fosse l’interesse del primario nella faccenda. Quando finalmente intuì come stavano le cose, convocò il notaio e morì di lì a poco. Qualche giorno dopo, il notaio comunicò ad Adriana che l’avvocato Torelli aveva nominato suo erede universale il dottor Carnabuci.

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