La Danimarca abolisce il ministero dell’Agricoltura: così rovescia la prospettiva
di Michele Agagliate
Quanto mi piace la Danimarca. Terra di paesaggi nordici, città ordinate, di un welfare che, pur con tutti i suoi limiti, funziona meglio che in gran parte d’Europa. Lo Stato dove uno studente non paga le tasse universitarie e può ricevere sussidi pubblici per vitto e alloggio, e dove la cultura politica prova ancora a ragionare sul lungo periodo.
È anche lo Stato in cui una prima ministra socialdemocratica sostiene che un’immigrazione non governata possa pesare soprattutto sulle classi popolari: chi lavora per salari più bassi spinge al ribasso i redditi di chi già lavora. Sia chiaro: la responsabilità non è dell’immigrato, ma di un sistema economico che sfrutta quella disponibilità per comprimere salari e diritti (Marx docet). Colpisce che la riflessione arrivi proprio da una leader socialdemocratica, segno che qualcosa si muove anche nelle famiglie politiche europee più moderate.
Ma ciò che trovo davvero interessante è la scelta della Danimarca di abolire il Ministero dell’Agricoltura e sostituirlo con un dicastero che mette al centro natura, ambiente e gestione sostenibile del territorio. Per 130 anni la Danimarca ha avuto un ministero il cui unico compito era tutelare chi produce cibo. Oggi al suo posto c’è un’istituzione che parte da una domanda diversa: che cosa serve alla natura, e come produrre cibo senza distruggerla? È un rovesciamento di prospettiva che, lo confesso, mi commuove: la produzione non è più il punto di partenza a cui la natura si adatta, ma diventa essa stessa soggetta ai limiti che gli ecosistemi impongono.
Non dimentichiamo però che la Danimarca resta tra gli Stati europei con la zootecnia intensiva più spinta: cinque maiali per ogni abitante, allevamenti industriali su un territorio piccolissimo. E non ho dimenticato i visoni americani abbattuti nel 2020, 17 milioni in poche settimane, per arginare un rischio sanitario creato dall’uomo stesso rinchiudendoli in gabbie strette: la dimostrazione più cruda di come il sistema industriale scarichi il conto sui corpi degli animali. Oggi quell’allevamento è tornato, ridimensionato: nessuna svolta politica è mai definitiva.
È proprio per questo che trovo la riforma di Copenaghen così significativa: non risolve tutto, ma sposta il baricentro del discorso pubblico, mettendo nero su bianco che la salute degli ecosistemi non è un capitolo a parte della politica agricola, ma la sua ragion d’essere. È l’approccio che l’Oms chiama “One Health”: salute umana, animale e ambientale sono un unico sistema, e non si può tutelarne una sacrificando le altre due.
Da noi le linee guida per una sana alimentazione sono elaborate dal Crea, ente pubblico che risponde direttamente al Masaf, il ministero la cui missione è promuovere gli interessi dei produttori agroalimentari e degli allevamenti intensivi. Chi dovrebbe dirci cosa mangiare è sotto l’ala di chi ha interesse a farci comprare ciò che l’industria produce: un conflitto d’interessi che nessuno in trent’anni ha avuto il coraggio di sciogliere. Un vecchio ministero, abolito per referendum, è stato resuscitato sotto altro nome, ribattezzato “sovranità alimentare”.
La stessa logica riguarda gli animali selvatici che stanno ricolonizzando l’Europa dopo decenni in cui li avevamo sterminati. Sto seguendo con il cuore stretto la vicenda di Mirco, giovane lupo appenninico con radiocollare Gps, monitorato da un progetto scientifico del parco delle Dolomiti Bellunesi e dell’Università di Sassari, abbattuto in Austria una decina di giorni fa: i dati del radiocollare indicherebbero che, al momento dell’autorizzazione tirolese, si trovava ancora in territorio italiano, e l’animale ucciso potrebbe non coincidere con quello per cui era stata concessa la deroga. Non è il primo caso: a febbraio era toccato al lupo Andrea, ucciso in Carinzia. Due lupi, due progetti scientifici, uccisi in pochi mesi in una regione che nel suo stesso rapporto alla Commissione europea classifica la propria popolazione di lupi grigi come “sfavorevole-inadeguata”.
Più di venti associazioni europee hanno scritto alla Commissaria per l’Ambiente chiedendo una verifica, preparando un esposto alla Convenzione di Berna. Un lupo grigio con radiocollare è un tassello di conoscenza scientifica. Ucciderlo nel dubbio, senza certezza sull’identità, è una violenza quasi ottusa: lo stesso disprezzo per la vita non umana che ritroviamo nei capannoni della zootecnia intensiva.
So che c’è chi liquida tutto questo come ambientalismo radicale. Ma non riesco più a considerare “radicale” la richiesta di rispettare i limiti fisici del pianeta, né quella di non sparare a un lupo prima di sapere chi sia: mi sembra l’unica posizione davvero razionale rimasta. Radicale è costruire allevamenti che ammassano animali fingendo che il loro dolore non esista. Radicale è abbattere un predatore sulla base di un sospetto. Radicale è insistere su un modello insostenibile solo per pigrizia politica.
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