Sfiora i 12 milioni di incassi l’Odissea di Nolan: film tecnicamente perfetto, ma non rivoluzionario

Viviamo in tempi dove l’Epica scompare sempre di più dalle scuole, persino in Italia sono molti i millennial asciutti sull’argomento Odissea. Volenti o nolenti tocca ammettere che negli ultimissimi anni la mitologia l’ha riscritta per i nuovi immaginari il mainstream di casa Marvel con i suoi supereroi. Il sacro fuoco dei Miti omerici cambia con i tempi, se regge ce lo dirà il futuro, intanto il passato ci prova che dopo 2800 anni si parla ancora di questa storia. Chissà se tra 2000 si continuerà a parlare di Spider-Man. In qualche modo, però, rispetto a pochi decenni fa, sembrerebbe piuttosto inclinata la memoria su Omero.

La misura di una rinascita potrebbe offrircela The Odyssey, il nuovo gigantesco film di Christopher Nolan. Gigantesco per durata, con le sue quasi tre ore, anche se, affrontando tutto l’arco degli accadimenti nell’Odissea di Omero, al confronto con l’opera letteraria risulta inevitabilmente una riduzione. Gigantesco per formato pellicola, un’IMAX in 70mm che entra letteralmente soltanto in poche sale al mondo. Così diventa ovvio che ci siano tagli narrativi quanto di formato, e sintesi inevitabili per il cinema. E su queste ultime tutti i suoi predecessori hanno operato significativamente. Forse il più onesto e centrato sull’economia narrativa è stato Uberto Pasolini, con il suo recente Itaca – Il Ritorno, trattando soltanto il rientro di Ulisse sulla sua isola e l’incontro con Telemaco, Penelope e i Proci. O meglio l’ultima parte del film di Nolan.

Il regista di Londra offre un taglio classico imbevuto d’innesti moderni, con miriadi di piccole trovate, una su tutte sta nelle estetiche ossee sugli elmi che ricordano Alexander, raffinata serie anime del ’99. Il suo racconto procede per flashback. Siamo a Itaca, e Antinoo, un Robert Pattinson con lo sguardo scolpito nella viltà, ambisce a sposare Penelope, una Anne Hathaway in perenne, saggia, attesa del marito re partito da lustri per una guerra lontana, come leggenda vuole. I balzi indietro, pur elaborati con un montaggio ricchissimo di effetto visivo e soprattutto sonoro, colpiscono i sensi, ma non aggiungono nulla al linguaggio cinematografico che Nolan ci aveva abituati a rimodulare ad ogni suo film. Nelle sue sapienti mani il lavoro sul tempo e sullo spazio poteva essere rivoluzionario, quei 20 anni di guerra, fuga e naufragi potevano valere più di raffinati flashback, invece ha scelto la strada più facile. Per il pubblico innanzitutto. Nulla di cervellotico, niente ricercatezza del linguaggio, se non una potentissima capacità esecutiva a girare tutto in IMAX, creando un continuo landscape a cui tiene il passo soltanto la composizione musicale instancabile di Ludwig Göransson. Insomma, pura estetica per una resa più commerciale che ottiene uno stupore turistico. Molti dei suoi spettatori saranno pure saltuari della sala.

Alla luce di questo, il film pur tecnicamente perfetto in ogni passaggio, a non conoscerne genesi e hype degli ultimi due anni intorno ai suoi set, potrebbe essere confuso con una regia di Denis Villeneuve o di Ridley Scott. D’altro canto ogni attrice e ogni attore del cast offrono il proprio massimo, ma è giusto sottolinearne una di cui pochi parleranno: Samantha Morton (ex-cattivissima Alpha di The Walking Dead) che interpreta una Circe strega più che maga, con uno sguardo sfalsato verso l’inganno putrido dei suini, l’arte manipolatoria e un fascino scomposto in disagio. Davvero grande attrice. Matt Damon col suo Odisseo resta invece nei binari dell’eroe iconico che alla fine ritrova la sua vendetta. Si punta molto sul dolore per la distanza e sul senso di colpa di un uomo che perde regno, compagni d’arme e quasi la sua famiglia; sul concetto di accoglienza attraverso la legge di Zeus; ma tanto anche sulla nobiltà ferma di Penelope, e non troppo sulla crescita di Telemaco, un discreto Tom Holland, ma forse il meno incisivo in scrittura. Bell’idea visiva sul Cavallo di Troia, incastonato in una spiaggia e inquadrato come la Statua della Libertà nel vecchio Pianeta delle Scimmie. Belli occhio e gota verticalizzati sulla faccia sfigurata di Polifemo, ma molto meno tutta la sua sequenza. E tutto sommato diviene interessante rivedere tante spiagge molto, molto simili a quelle in Dunkirk. Forse l’unico easter egg dimensionale.

In Italia dopo un weekend d’esordio e un lunedì estivo ha incassato 11,85 milioni di euro, e nel mondo 264 mln di dollari, recuperando già tutto il suo budget. Chissà se arriverà al miliardo globale, e chissà se gli spettatori andranno più per ritrovare una storia conosciuta e riscritta da un grande del cinema contemporaneo, o lo guarderanno soltanto per l’eco sul film del momento. Indebolita o in restauro, assisteremo a una rimodulazione della memoria collettiva sull’Odissea come fu con Troy? Sta di fatto che il racconto di Nolan crea una nuova magnifica confezione hollywoodiana con tanti muscoli che tengono al sicuro un’anima fragile. Al netto di effetti visivi, speciali, costose scenografie e banali barbe invecchianti, di pura emozione e vero pathos se ne trovavano di più nel solo corpo arso e tesissimo di Ralph Fiennes e del suo Odisseo pasoliniano del 2024.

Passiamo a un’anteprima estiva appena presentata al Giffoni Film Festival. Il film d’apertura, quest’anno al 17 luglio, è stato il britannico Sunny Dancer, di George Jaques, ospite speciale insieme alla sua protagonista Bella Ramsey nel paesino campano. Già acclamata protagonista della serie The Last of Us, lei ha 23 anni ma riesce a dimostrarne molti meno, infatti qui interpreta un’adolescente carismatica e piena di energia che dovrà trascorrere per la prima volta qualche settimana in un campeggio per ragazzi sfuggiti al cancro. Nulla di deprimente, anzi, l’esperienza e soprattutto i nuovi amici, si riveleranno una continua scoperta, anche nonostante gli scontri iniziali. Tra amori, lezioni di vita da coming of age, l’autore costruisce una partenza che ricorda vagamente Moonrise Kingdom di Wes Anderson, ma si colora di sfumature legate alla luce dopo una malattia letale e alle ombre che la stessa riallunga a volte sulle persone. La vitalità di questi personaggi sbaraglierà i cuori attraverso un cast assortito e ben diretto. Una vera e propria ginnastica emotiva per lo spettatore questo lavoro. Ma nulla di banale o pietistico. Si parla di rinascite e dedizione, si guarda in faccia la malattia, e senza fronzoli le si danno le spalle con battute irriverenti e coraggiose, ma tutto con una creativa sensibilità. E questa Ramsey, si conferma tra le giovani attrici più promettenti di Hollywood. Il piccolo inno alla gioia che attraversa il film come leitmotiv è I don’t feel like dancing, hit degli Scissor Sisters, e dal 2 settembre sarà anche nelle sale. #PEACE

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