Acqua, una battaglia dopo l’altra – “La trave nel piatto”, la rubrica di Slowfood

La crisi climatica ha ridotto drasticamente la portata del fiume Po, che nella seconda metà di giugno ha registrato il livello record di 8 metri sotto lo zero idrometrico a Cremona. Crollando la sua portata a meno di 300 m³/s, inoltre, si è innescata una grave risalita dell’acqua marina – il cuneo salino – fino a 20 km nell’entroterra. Una situazione talmente critica da mettere a rischio un terzo del settore agroalimentare nazionale. La trave nel piatto è che, a fronte di una crisi idrica tanto drammatica, si continua a sostenere la coltura e il consumo di specie e varietà sempre più idrovore, e a praticare un’agricoltura insostenibile, anche in relazione all’esigenza idrica. In luogo di finanziare ulteriori sistemi di irrigazione, sarebbe sensato promuovere un’agricoltura che ha bisogno di meno acqua e pratiche che gestiscono meglio questa risorsa sempre più scarsa.
Questo quadro generale è determinato dalla concreta e repentina scomparsa dei ghiacciai: prima le grandi masse d’acqua dolce solidificate, si scioglievano lentamente nei periodi più caldi dell’anno e alimentavano per mesi i corsi d’acqua. Adesso non c’è più quel rilascio lento e costante dell’acqua dolce che invece defluisce velocemente verso il mare: la siccità da eccezione sta diventando una problematica cronica, il cui elemento più preoccupante è l’effetto sommatorio di
tenacia delle alte temperature e fragilità delle riserve idriche.
Le elevate temperature legate alla crisi climatica, compromettono gravemente i processi fisiologici delle piante: si è notata una riduzione nell’efficienza fotosintetica e un incremento nei fenomeni di appassimento, inoltre, le alte temperature minime notturne mantengono intenso il fabbisogno idrico anche in quelle ore.
A livello mondiale la siccità colpisce già 1,5 miliardi di persone, con stime delle Nazioni Unite che prevedono che nel 2030 il 47% della popolazione vivrà in condizioni di stress idrico. Nello specifico dell’agroindustria, per ragioni di profitto la maggior parte dei terreni agricoli è destinata alla produzione di foraggio per l’allevamento intensivo: eppure sappiamo che per produrre un kg di carne bovina sono necessari circa 15.000 litri di acqua dolce. L’abuso di acqua legato alla zootecnia industriale supera il 60% dell’intera risorsa acqua mondiale ed è anche responsabile dell’inquinamento delle falde. Di fronte a questa delicata situazione puntare tutto sulla costruzione di nuove infrastrutture come gli invasi, sembra un’ipotesi semplicistica e riduttiva: noi riteniamo che serva una visione lucida d’insieme e una conseguente complessiva e
lungimirante programmazione. Pensiamo per esempio al rafforzamento del riutilizzo dell’acqua piovana che oggi riguarda solo l’11% e la ristrutturazione della rete idrica nazionale che registra perdite pari al 42% dell’acqua immessa. La raccolta dell’acqua piovana in agricoltura dovrebbe essere obbligatoria, vietando d’altronde produzioni estese delle colture più idrovore. Tra le più impattanti gli “agro-combustibili”: con i 170 kg di mais (coltura estremamente esigente) di cui c’è
bisogno per “riempire un serbatoio di etanol-85, un bambino zambiano, o messicano, o bengalese, può sopravvivere un anno intero. Un serbatoio, un bambino, un anno.” (P. Bevilacqua, Un’agricoltura per il futuro della terra, Slow Food Editore 2022).
A livello globale la desertificazione che avanza, la diminuzione di acqua dolce disponibile, la perdita di biodiversità sia terrestre che negli ecosistemi acquatici sono solo alcune delle conseguenze di metodi produttivi scellerati. Non solo, come evidenzia l’Onu, si tratta di una risorsa capace di portare la pace ma anche di creare conflitti, come è tragicamente evidente oggi. Anche in questo ambito, così vasto e strategico, le soluzioni vengono dalla diversità e non dalla monocoltura: la coltivazione di varietà vegetali locali e stagionali è una risposta. Quest’ultime, infatti, evolutesi in un’area specifica sono meno esigenti in termini di apporto idrico e al contempo mantengono il suolo vivo e permeabile. Molte varietà tradizionali di pomodori (come il Presidio del Pomodoro Siccagno della Valle del Bilici), di frutta a guscio (es. Presidio della Mandorla Tondina dell’Alto Salento) e anche di legumi (vedi il Presidio del Moco delle Valli della Bormida) sono del tutto resistenti alla siccità e possono essere adottati per la loro capacità di resilienza.

Nel quotidiano ognuno di noi può aver chiaro che l’acqua – e la sua mancanza – attraversa tutto il sistema alimentare: tutto il cibo che viene sprecato è prodotto utilizzando molta acqua, pertanto, è fondamentale porre ancora maggiore attenzione ed evitare gli sprechi. È meglio preferire alimenti vegetali che hanno esigenze idriche dieci volte inferiori a quelli di origine animale. Inoltre, gli orti, in giardino o sul balcone, possono essere ombreggiati: in pieno campo piantando alberi da
frutto, mentre nelle colture in vaso occorre prevedere la consociazione con rampicanti che riparano dai raggi del sole e sono bellissimi, come il tropeolo. Oltre a questo, una buona pacciamatura del terreno con materiale organico preserva più a lungo l’umidità impedendo l’evaporazione veloce dell’acqua.
In generale la biodiversità e l’agroecologia hanno in sé molte delle risposte necessarie ad affrontare l’emergenza e a pianificare con lungimiranza e saggezza il futuro: che sarà tale solo se agiamo subito!

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