Atèfano, una parola per un dolore che non sappiamo nominare
Non tutte le assenze hanno un nome e, forse, non è un caso.
In italiano sappiamo come chiamare chi perde un genitore: è un orfano. Sappiamo come chiamare chi perde il proprio compagno di vita: è una vedova o un vedovo; ma non esiste una parola che definisca una madre o un padre che sopravvivono al proprio figlio. È un vuoto linguistico che, probabilmente, racconta qualcosa di molto più profondo della grammatica.
Negli ultimi mesi si è iniziato a parlare di Atèfano, un neologismo proposto dall’associazione Rachele Franchelli – Uno sguardo senza confini APS, nata dopo la morte della giovane Rachele. Il termine deriva dal prefisso privativo greco a- e da téknon, “figlio” e significa, letteralmente, “privo di figlio”.
L’obiettivo non è creare un’etichetta, ma colmare un’assenza che da sempre accompagna uno dei dolori più difficili da raccontare.
L’iniziativa ha trovato un primo riconoscimento istituzionale attraverso mozioni approvate dai Consigli regionali della Liguria e del Piemonte, che ne hanno sostenuto la diffusione culturale. Il percorso, tuttavia, è ancora aperto. L’Accademia della Crusca infatti non decide quali parole debbano entrare nella lingua italiana: osserva quelle che i parlanti scelgono di utilizzare. Sarà dunque il tempo, insieme all’uso, a stabilire se atèfano diventerà parte del nostro lessico.
La questione, però, va ben oltre il destino di una parola.
In questi anni mi sono spesso chiesta se l’assenza di un termine per indicare un genitore che perde un figlio sia davvero una dimenticanza della lingua oppure il riflesso di una rimozione collettiva. Forse non abbiamo mai sentito il bisogno di nominare questa condizione perché, semplicemente, non abbiamo mai saputo sostenerne lo sguardo.
La morte di un figlio infrange una delle convinzioni più profonde su cui costruiamo la nostra idea di futuro, ovvero che siano i figli ad accompagnare la morte dei genitori e non il contrario. Quando questo ordine si spezza, non solo gli affetti vacillano, ma anche il senso di giustizia, la fiducia nel tempo, l’identità stessa di una madre e di un padre.
Nella mia esperienza di death educator e facilitatrice di ritualità ho incontrato molti genitori che mi hanno confidato una sensazione difficile da descrivere: continuavano a sentirsi madre e padre, ma avevano l’impressione che il mondo non sapesse più come guardarli. Come se la loro identità fosse improvvisamente diventata invisibile.
Sì, perché le parole non eliminano il dolore, non possono restituire una presenza, ma possono riconoscere quella esperienza e restituirle uno spazio nella coscienza collettiva. Ogni volta che diamo un nome a qualcosa, diciamo anche che quella realtà merita di essere ascoltata, vista, condivisa.
Per questo credo che il dibattito intorno ad atèfano sia importante, indipendentemente dall’esito che avrà. Nessuna parola potrà mai essere abbastanza grande da contenere la morte di un figlio e forse non è nemmeno questo il suo compito.
Il suo lavoro è un altro: interrompere il silenzio.
La death education ci insegna che educare alla morte significa anche educare al linguaggio della cura, in cui le parole non sono semplici strumenti di comunicazione perché costruiscono relazioni, rendono visibili le persone, favoriscono il riconoscimento reciproco. E quando una parola manca, talvolta manca anche la possibilità di sentirsi riconosciuti.
Forse atèfano entrerà nella lingua italiana, forse no. Saranno il tempo e l’uso a deciderlo. Ma una cosa è già accaduta: qualcuno ha avuto il coraggio di affermare che quel vuoto meritava almeno un tentativo. Perché le parole non cambiano il destino delle persone. Possono però cambiare il modo in cui le incontriamo.
E, qualche volta, è proprio da una parola che comincia una forma nuova di cura.
L’articolo Atèfano, una parola per un dolore che non sappiamo nominare proviene da Il Fatto Quotidiano.
