Da Sinner a Gwyneth Paltrow, il sensore per la glicemia è diventato il nuovo trend. Ecco come funziona e a chi serve davvero

Jannik Sinner si allena con un piccolo sensore applicato al braccio. Sul web si scatena immediatamente la curiosità: a cosa serve? È uno strumento medico? Un segreto per migliorare la performance? La risposta è semplice: monitora in tempo reale il glucosio. Nulla di particolarmente sorprendente nel mondo dello sport professionistico, dove ogni parametro fisiologico può fornire informazioni preziose sulla risposta dell’organismo allo sforzo. Più interessante è ciò che accade fuori dai campi da tennis. Negli ultimi anni il monitoraggio continuo della glicemia, nato per aiutare milioni di persone con diabete a gestire una malattia cronica complessa, è diventato un fenomeno di costume: influencer, appassionati di biohacking e celebrità. Tra i casi più noti c’è quello dell’attrice Gwyneth Paltrow, che ha mostrato pubblicamente l’utilizzo di questi dispositivi come strumento di ottimizzazione della salute. L’idea che si è diffusa è seducente: conoscere in ogni momento il proprio livello di glucosio consentirebbe di mangiare meglio, prevenire malattie, dimagrire, vivere più a lungo e persino migliorare la lucidità mentale. Ma è davvero così? Chi trae davvero benefici da questi strumenti? Serve agli sportivi?

“Le persone che ne hanno tratto un vantaggio maggiormente sono soprattutto i pazienti diabetici in terapia insulinica – spiega al FattoQuotidiano.it il professor Dario Pitocco, direttore della Diabetologia del Policlinico Gemelli di Roma -. Si tratta in particolare di pazienti con diabete di tipo 1 e di quelli con diabete di tipo 2 che utilizzano l’insulina. In molti casi il sensore dialoga direttamente con microinfusori che modulano automaticamente la somministrazione del farmaco sulla base dei valori glicemici rilevati”.

Nel caso di Sinner, secondo il diabetologo, una delle ipotesi è che il dispositivo potrebbe essere stato utilizzato per comprendere meglio alcune dinamiche metaboliche legate all’attività sportiva. Pitocco richiama, in termini generali, il fenomeno dell’”ipoglicemia reattiva”, una condizione nella quale, dopo l’assunzione di determinati alimenti, l’organismo produce quantità elevate di insulina che possono provocare un successivo abbassamento della glicemia. Alla base può esserci l’insulino-resistenza, una condizione molto diffusa nella popolazione. “In forme diverse ce l’abbiamo quasi tutti – osserva lo specialista -. Nel corso dell’evoluzione ha rappresentato un vantaggio perché permetteva di accumulare riserve energetiche nei periodi di abbondanza. Oggi però può favorire alterazioni metaboliche e aumentare il rischio di diabete”. Il monitoraggio continuo può aiutare a individuare queste situazioni e a modificare alcune abitudini alimentari. Per esempio, spiega Pitocco, “Un soggetto predisposto potrebbe beneficiare del passaggio da una colazione ricca di zuccheri semplici a una più ricca di proteine e alimenti a basso indice glicemico”.

A che condizioni hanno un ruolo educativo

Secondo il diabetologo, però, il vero interesse dei sensori sta soprattutto nella loro funzione educativa. “Possono aiutarci a capire meglio come mangiamo e quale impatto hanno gli alimenti sul nostro metabolismo”. Un aspetto particolarmente utile per chi presenta familiarità per il diabete, fattori di rischio cardiovascolare o una predisposizione metabolica. È qui che si apre il dibattito che va oltre la medicina e investe il rapporto contemporaneo con il corpo e con i dati biologici. Perché se da una parte il monitoraggio può aumentare la consapevolezza, dall’altra rischia di trasformarsi in una nuova forma di controllo ossessivo. “La glicemia è un parametro variabile e vitale – ricorda Pitocco -. È normale che oscilli durante la giornata. Il problema non è la variazione in sé, ma la capacità di interpretarla correttamente. Distinguere ciò che è fisiologico da ciò che è patologico richiede competenze specifiche. Solo uno specialista può valutare il significato reale di certe oscillazioni. Altrimenti il rischio è generare ansia e arrivare a conclusioni sbagliate”.

Dovrebbero ridurre l’ansia

Infatti, paradossalmente, questi dispositivi sono stati sviluppati proprio per ridurre l’ansia nei pazienti diabetici, aiutandoli a prevenire episodi di ipo o iperglicemia. Tuttavia osservare continuamente un parametro biologico può avere effetti diversi da persona a persona. “In alcuni soggetti vedere la glicemia cambiare continuamente può diventare motivo di preoccupazione – ammette il diabetologo -. Questo non significa che il monitoraggio sia inutile nelle persone sane. Anzi, può rappresentare uno strumento interessante di prevenzione se inserito in un corretto percorso educativo. Il contesto epidemiologico è del resto rilevante: in Italia oltre quattro milioni di persone convivono con il diabete di tipo 2, circa un milione non sa di averlo e quasi venti milioni sono in sovrappeso o obese.

Una bussola per orientarsi

La parola chiave è “equilibrio”. Una corretta alimentazione e uno stile di vita sano restano gli strumenti più importanti per proteggere la salute metabolica e cardiovascolare. Il sensore può aiutare a orientarsi, ma non deve trasformarsi in una fissazione. “Mi piace definirlo uno ‘strumento di navigazione’” – conclude Pitocco. Una bussola utile per comprendere meglio il rapporto tra alimentazione e metabolismo, purché la ricerca del benessere non si trasformi nell’ennesima ossessione contemporanea.

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