Dal 1° luglio arriva la ‘tassa sui pacchi’: così peserà di più su chi spende meno

Dal 1° luglio l’acquisto di un piccolo oggetto su una piattaforma extra-europea — come Shein, Temu o AliExpress — non è più esente da dazio. Cade la franchigia doganale che fin qui esonerava le spedizioni di valore inferiore a 150 euro e al suo posto arriva, in via transitoria, un dazio fisso di tre euro, a cui avrebbe dovuto sommarsi il contributo italiano da due, ora però rinviato a ottobre. I conteggi e il modo in cui l’importo si moltiplica quando nel pacco ci sono più articoli sono già stati oggetto di cronaca. Vale però la pena fermarsi su ciò che resta sullo sfondo: la natura del prelievo, gli strumenti per evitarlo e la direzione verso cui tutto questo ci porta.

I tre euro sono un diritto doganale e, in quanto tali, scontano a loro volta l’Iva, perché il dazio entra nella base imponibile all’importazione. Il contributo italiano da due euro, invece, è un contributo amministrativo distinto e ne resta fuori. Così la formula “cinque euro più Iva” è imprecisa: l’Iva cade sui tre euro di dazio, non sui due di contributo. Il tratto che conta più di ogni tecnicismo è un altro: il dazio è un prelievo fisso che pesa tanto di più quanto meno vale ciò che si compra. Tre euro sono nulla su una borsa da cento, ma sono il sessanta per cento di una maglietta da cinque euro.

È il rovescio della progressività: la stessa cifra per tutti significa un sacrificio diverso per ciascuno, massimo per chi compra le cose più economiche. Va nel senso opposto al principio scolpito nell’articolo 53 della Costituzione, per cui ognuno concorre alle spese pubbliche secondo la propria capacità contributiva. Il dazio non è per questo incostituzionale — la progressività riguarda il sistema nel suo insieme, non il singolo prelievo — ma è ingiusto. Fin qui, però, è un problema di equità; sul contributo italiano se ne aggiunge un altro, di natura diversa, che ne tocca la stessa legittimità.

Per restare fuori dalla base Iva, e per non invadere una competenza che nell’Unione doganale spetta soltanto all’Europa, quei due euro devono valere come contributo per spese amministrative e non come dazio. Assonime osserva però che la qualifica è tutt’altro che certa: un prelievo accertato e riscosso in dogana, non proporzionato ad alcun servizio reale e più gravoso proprio sui pacchi di minor valore, somiglia a un dazio sotto altro nome, vale a dire un tributo di effetto equivalente, che il singolo Stato membro non può istituire da sé.

E il dubbio non è teorico: ancora prima di applicarsi, il contributo aveva già spostato le importazioni verso gli Stati membri che non lo prevedono, da cui la merce rientra in Italia via terra — ed è anche per questo che il Consiglio dei ministri lo ha appena rinviato. È il sintomo di un prelievo nazionale che, in un’unione doganale, devia i flussi anziché riequilibrarli; non a caso l’Unione si appresta a disciplinare la stessa funzione, la copertura dei costi amministrativi dello sdoganamento, con una propria commissione di gestione armonizzata, attesa entro novembre.

C’è poi un’asimmetria che il conteggio degli euro non coglie: il dazio europeo da tre euro si può, legittimamente, evitare — ma solo se si è grandi. Colpisce infatti soltanto la merce che, nel momento dell’acquisto, si trova ancora fuori dall’Unione. Un grande operatore può allora ribaltare lo schema, importando la merce in blocco, pagando una sola volta i dazi ordinari e l’Iva e tenendola in un magazzino europeo: da quel momento, quando la vende al cliente, non è più un’importazione ma una normale vendita interna e i tre euro non scattano.

Non basta però parcheggiarla in un deposito doganale, dove il dazio la aspetta comunque all’uscita: bisogna prima farla entrare davvero nel mercato europeo, con quella che i tecnici chiamano “immissione in libera pratica”. È una riorganizzazione costosa, alla portata dei colossi della logistica, non del singolo che ordina il suo pacco dall’altra parte del mondo. Ancora una volta chi ha la struttura aggira il prelievo, mentre lo paga chi non ce l’ha.

E poi c’è la direzione di marcia. I tre euro sono una soluzione a tempo: valgono fino al 1° luglio 2028, in attesa che entri a regime la nuova dogana digitale europea. Da allora la franchigia sparirà del tutto e ogni acquisto online, qualunque sia il suo valore, sconterà il dazio ordinario calcolato sulla sua voce di tariffa. Il prelievo fisso di oggi è solo il ponte verso un mondo in cui il piccolo acquisto transfrontaliero non sarà più, agli occhi del Fisco, piccolo.

C’è un ultimo squilibrio che vale la pena rilevare: i dazi sono una risorsa propria del bilancio dell’Unione, sicché il piccolo consumatore finisce per finanziare l’Europa con un prelievo piatto, mentre la tassazione dei giganti del digitale — quella sì proporzionata alla loro dimensione — resta da anni impigliata tra veti e rinvii. Sui pacchi da pochi euro il prelievo scatta in un giorno preciso, sui colossi del web no.

Un prelievo nato per riequilibrare la concorrenza con chi vende dall’estero è, in sé, una risposta legittima a un problema reale. Quando il peso, in proporzione, grava soprattutto su chi spende meno e i grandi operatori hanno il modo di sfilarsi, conviene chiedersi se sia davvero un tributo giusto. Il modo in cui un prelievo è costruito non è un tecnicismo, ma è una scelta politica su chi deve pagare.

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