“Ero io l’uomo della misteriosa automobile rossa”
Da un racconto apocrifo di Tom Antongini. Avevo portato l’automobile in officina per farle cambiare la carrozzeria: era ormai impresentabile e a Silvana non piaceva. Il meccanico lodò il motore, regolare come un orologio anche al minimo: “E’ un motorino delizioso. Bisognerà dargli una carrozzeria come si merita, moderna e originale. Per esempio, un siluro rosso a due posti”. “Vada per il siluro”, risposi pensando a Silvana e al suo amore per le cose originali e un po’ chiassose. Così, qualche tempo dopo, mi trovai in possesso di una magnifica automobile color fiamma, tutta cofano e ruote, con una gran poppa aguzza.
Molti si voltavano a guardarla ammirati: solleticato nell’amor proprio, attiravo l’attenzione degli indifferenti marciando a scappamento aperto. Sulle statali il bolide toccava i 150 km/h con facilità. Silvana s’entusiasmava, serrandomisi accanto. Mi feci presto un’estesa rinomanza: in città divenni “il signore del siluro rosso”. E poiché intorno alla mia persona si era formata un’indiscutibile aureola romantica, le donne presero a idolatrarmi. Conquistai la simpatia e il cuore di Varvara Fofoffov, una scenografa suprematista, durante una vacanza a Stresa: per lei abbandonai Silvana, che si accorò in silenzio.
Varvara, una di quelle donne che con uno sguardo possono incenerire un uomo, era nota negli ambienti mondani: due ufficiali dei cosacchi si erano uccisi per lei in un duello alla pistola; con supremo orgoglio la ostentavo al mio fianco nella superba macchina rossa attraversando le città più eleganti. Costituivamo una coppia d’eccezione. Lei arroventava le mie notti, io la accontentavo in tutti i suoi desideri. E poiché per il tenore di vita che conducevamo era necessario molto denaro, mi dedicavo con successo a un rischioso genere d’occupazione che mi costringeva ad abbandonare nottetempo e a gran velocità i luoghi che frequentavo. Ebbi l’onore dei giornali, che titolavano sulla “misteriosa automobile rossa”. Diventai mondiale e inafferrabile.
Varvara era la mia ispiratrice instancabile. Precedevo il telegrafo, il telefono e la radio. Eravamo segnalati quando già ci trovavamo ad almeno 100 km di distanza. Quella vita attiva mi faceva bene e ne acquistai in prestanza fisica e in eleganza.
Il giorno del suo 30º compleanno le chiesi quale regalo desiderasse: la collana di perle nere che aveva notato sulla scollatura di una turista del Grand Hotel di Leningrado dove alloggiavamo? Le zanne dell’elefante sacro del Siam che l’avevano sbalordita durante la visita ai giardini reali di Rama VII? Il Koh-i-Noor? Non aveva che da ordinare. Mi fissò con le sue iridi color ghiaccio. “Mi ami?” chiese. “Me lo domandi?” replicai. “Allora, se vuoi farmi una cosa gradita”, disse socchiudendo gli occhi magnifici, “fai saltare il treno di Mosca”. Un gesto dimostrativo contro Stalin, che aveva perseguitato e costretto all’esilio suprematisti e costruttivisti per imporre il realismo socialista. Non sono mai stato un nichilista, ma in seguito a un rapido inventario del suo corpo riconobbi pienamente l’urgente necessità di realizzare il suo legittimo desiderio. Il cuoco nell’hotel, un marsigliese, mi fornì una notevole quantità di gelatina esplosiva che collocai con cura nella mia meteora scarlatta. Varvara mi diede un bacio di commiato lungo e sconvolgente; partii sgommando.
Il mio piano era ormai definitivo: temerario, di certo avventato, ma decisi di non pensarci più fino al momento di metterlo in atto. Ammiravo il paesaggio che fuggiva intorno a me: bianchi casolari, ruscelli d’argento, greggi al pascolo, e su tanta serenità un profondo cielo turchino. Appoggiato al comodo schienale pilotavo con due dita, invaso da una straordinaria sensazione di benessere. Era quasi mezzogiorno quando, arrivato in un centro di villeggiatura, sentii il bisogno di un vermouth con due pasterelle.
Parcheggiai di fronte a un caffè, scesi, stavo affrontando una legione di tavolini carichi di ghiacciate e di sifoni quando m’arrestai di scatto in preda a un’emozione violenta: “Silvana!”. Mi era davanti, pallida e dolce, con un’ardente gioia negli occhi, la cara creatura dei tempi sereni. La raccolsi fra le mie braccia mentre stava per mancare e la coprii di baci pieni di tenerezza e di rimorso, fra gli applausi dei turisti, ignari dei trascorsi, ma commossi dalla scena. Più tardi, mentre facevamo merenda sull’erba, a pochi passi di distanza dal bolide rosso, Silvana disse: “Che sciocchi. Potevamo portare della gelatina di pollo”.
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